Non rinunciare alla democrazia nei partiti

Scritto il 8 luglio, 2009, alle ore 11:47 pm

La domanda di Prodi sulla crisi di rappresentanza dei partiti (Messaggero, 30 Giugno) meriterebbe ben altra risposta da parte del Segretario del PD, che la replica evasiva (Messaggero, 1 Luglio), in cui parla di tutto salvo che della democrazia morente nel suo partito. Eppure il tema non può restare una questione per “addetti ai lavori”: si tratta del grande nodo che soffoca il paese.
 
Nel dopoguerra, grazie alla mancata applicazione dell’Art. 49 Cost. – che garantisce ad ognuno di poter “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” –  i partiti sottrassero ai cittadini la facoltà di selezionare la classe politica. Il meccanismo utilizzato fu quello dell’“ordine di lista”, che dominava le “preferenze” espresse dai cittadini (peraltro condizionate dai finanziamenti pubblici in mano alle segreterie).
 
In quei tempi, ciò non parve un “vulnus democratico” intollerabile perché la guerra fredda rendeva meno importante la scelta degli Uomini rispetto all’ideologia di appartenenza. I partiti, inoltre, non avevano ancora occupato le istituzioni in maniera capillare.
 
Negli anni novanta, con la fine della guerra fredda, gli italiani – come altri popoli – chiesero una apertura del sistema politico (e maggiore “governabilità”). L’elettorato progressista si concentrò sulla richiesta di un Partito Democratico di tipo “nuovo”, costruito – sul modello americano – intorno alle primarie “aperte” (tutti i cittadini orientati verso il centro-sinistra sono chiamati a concorrere con metodo democratico alla selezione dei candidati alla guida del paese).
 
Per tredici anni, i dirigenti dei partiti riformisti hanno resistito all’idea del PD partito “aperto” (eufemismo che sta per “democratico”), e alla pressione dei propri elettori, spesso organizzati in movimenti di base. Due uomini – in particolare – rappresentarono le istanze dei cittadini: Romano Prodi, e Pietro Scoppola, il grande storico cattolico scomparso nel 2007.
 
Finalmente nel 2007 si giunse a un compromesso: il PD sarebbe nato apparentemente con le “primarie” aperte. Ma in realtà – almeno per questa volta -  le candidature sarebbero state decise dalle nomenklature dei DS e della Margherita. I candidati espressi dai cittadini furono sì ammessi, ma in meno del 15% dei 475 distretti elettorali: erano dunque inelegibili “foglie di fico”.
 
Nel Giugno 2007  – dopo la riunione del Comitato del PD che decise le regole delle “primarie manipolate”  -  un Pietro Scoppola sconfortato chiese un parere agli amici dell’Associazione “2 Aprile”: dimettersi e denunciare la finzione sulla quale il PD stava nascendo, o far finta di nulla? Pietro scelse di non rovinare la festa. Primarie, sì, anche finte, pur di stabilire un precedente. La resa dei conti fra cittadini e apparati era solo rinviata.
 
Il “vizio di origine” del PD – la democrazia finta -  si è insinuato nel suo DNA. Il “Comitato dei Garanti”  – la magistratura interna -  è nominato dai dirigenti del partito (è come se in Italia Berlusconi nominasse i giudici). Le elezioni interne si fanno con le “liste bloccate” (senza possibilità per i votanti di esprimere preferenze: esattamente il “porcellum” che il PD critica nel paese). Nel mio circolo “Aurelio”, ad es., dei 560 accorsi nel 2007 per chiedere la tessera del PD ne sono rimasti meno di 150: se ne sono andati quando hanno visto che non contavano, che le regole, gli statuti, le magistrature, non servivano a garantire la partecipazione democratica, ma a soffocarla.
 
Il modo in cui un partito si organizza riflette anche il tipo di società che vuole promuovere. Il PD non ha risposto alla domanda di una svolta democratica nel paese, pagando anche per questo con una serie di sconfitte elettorali, e lasciando a Di Pietro ampi spazi.
 
Lo Statuto che il PD si è dato risolve la ventennale “questione” fra elettori e apparati a favore di questi ultimi. Nel 2009 i candidati alle primarie li scelgono – anche formalmente – i signori delle tessere. Gli elettori delle primarie potranno votare solo candidati selezionati dal partito. Agli americani questa modalità pare un simulacro di democrazia. Ai polacchi, invece, ricorda il sistema in vigore fino al 1989: “Il partito sceglieva i candidati; alle elezioni la scelta era sempre fra comunisti”, mi spiega Pawel D. “Solo in qualche distretto consentivano al Partito dei Contadini di presentarsi, per dare l’impressione del pluralismo”. Poi “nel 1989 Solidarnosz ottenne che alla Camera poteva candidarsi chiunque raccogliesse 5000 firme. Quell’anno fu eletto un solo parlamentare indicato dal partito su 256! Così noi ritrovammo la libertà, sei mesi prima della caduta del muro di Berlino”.
 
In Italia non c’è dittatura. Il che non vuol dire che ci sia democrazia: ci sono tanti altri sistemi di governo… Ma quando gli elettori perdono il potere di scegliere se sostituire la propria classe dirigente, la democrazia non c’è più. E così, con il controllo dei cittadini ridotto al minimo, la politica si fa per interesse privato. E così Franceschini nel 2008 non ha esitato a nominare parlamentari la sua segretaria e il suo portaborse. (Merito? Davvero l’Italia non ha di meglio?). E tiene lontane dalla politica le grandi competenze. Questo è il nodo che soffoca il paese.
 
Un Obama, da noi, non può emergere: per regolamento! Non ci resta che sperare in un Gorbaciov: che sia Ignazio Marino? Oppure, provare ancora una volta a cambiare dal basso lo Statuto del PD: come si sta tentanto al sito www.apriamoilpd.com . La salvezza non sta nel ridare fiducia a quelli che cavalcano le istanze della base per meglio tradirle. Abbiamo già dato.

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Comments
piergiorgiogawronski 8 luglio 2009

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Gianfranco Pasquino

Non basta rovinare la festa (delle primarie o quant’altro), ma Scoppola e Prodi avrebbero dovuto farlo. Adesso, e per parecchio tempo a venire si pagherà quell’errore iniziale. Bisogna organizzare un’altra festa, quella alla quale si invitano tutti, anche i ritardatari. Purtroppo, il PD non è mai stato un partito di donne e di uomini liberi, tutti intruppati dietro il loro leader di riferimento e accuratamente ricompensati. Non basteranno neppure le primarie aperte, che già sono manipolate dall’intervento degli iscritti irreggimentati.
GIanfranco Pasquino

valentino spinaci 15 luglio 2009

il rifiuto dell’iscrizione al PD di Beppe Grillo conferma il senso delle argomentazioni dell’articolo. Il PD rifiuta quella che appare una provocazione. Ma rifiuta anche di mettersi in gioco. Se Grillo e prima ancora mi pare Pannella non fanno paura perché escluderli? Se corrono e vincono è il PD a dover riflettere. Se perdono, rifletteranno loro.

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