Paesi in surplus commerciale (sopra la linea) finanziano i paesi in deficit (sotto la linea dello zero) Il grafico sopra mostra come i debiti totali (famiglie + imprese + governi) nei paesi anglosassoni siano andati accumulandosi anno dopo anno, per oltre un ventennio (sotto lo zero). Per converso, altri paesi hanno accumulato crediti (i paesi asiatici, come il Giappone, e alcuni paesi Europei, come la Francia fino al 2005).
Dovè l’origine di questi squilibri? Si tende spesso a dare la colpa alla Cina per il surplus commerciale degli ultimi anni. Ma il surplus cinese è poca cosa (150-200MLD$ l’anno) rispetto ad es. al deficit degli USA (800MLD$). E’ evidente quindi che la prima responsabile dell’indebitamento americano è la cattiva gestione macroeconomica USA, in particolare sotto la presidenza Bush.
La correzione degli squilibri è iniziata già prima dello scoppio della crisi, grazie ai “meccanismi automatici” insiti nei mercati. I consumatori americani – sempre più indebitati – hanno infatti iniziato a risparmiare, e a ridurre la spesa, a partire dalla fine del 2007. E ultimamente hanno imparato una lezione più grande: che il mondo è un posto più rischioso di quanto non credessero! Questo li indurrà verosimilmente ad una maggiore cautela nella gestione del proprio bilancio familiare anche nei prossimi anni. Chi, dunque, sosterrà l’economia mondiale? L’incognita principale riguarda l’altra metà dell’equazione internazionale: i paesi in surplus aumenteranno la spesa?
In risposta alla crisi, la Cina ha varato un grande piano di stimolo fiscale, indirizzato però più a sostenere gli investimenti che i consumi. Questa scelta è ineccepibile perché la crisi richiedeva uno stimolo rapido; ma così la Cina si prepara ad aumentare la propria offerta di beni sui mercati mondiali, invece che ad aumentare i propri acquisti. Resta da capire se, nel medio e lungo termine, la Cina e gli altri paesi asiatici in surplus consentiranno anche ai consumi di crescere, sostituendosi così al consumatore americano.
Chi è responsabile degli squilibri internazionali? Perché i paesi asiatici hanno deciso di accumulare tanti crediti? Perché gli americani hanno scelto di indebitarsi tanto?
Gli asiatici del sud-est si erano presi una bella paura durante la crisi finanziaria del 1997: perciò hanno sviluppato una forte avversione ai debiti, e la tendenza ad ammassare riserve finanziarie. La Cina persegue una strategia di sviluppo “export-led” invece che basata sulla domanda interna. I Giapponesi sono mediamente anziani: perciò tendono ad accumulare titoli e vivere di rendita. I paesi petroliferi hanno saggiamente messo da parte le loro rendite petrolifere, assai instabili nel tempo. Dall’altra parte, i mercati finanziari e immobiliari americani si sono fidati troppo del tasso di crescita della produttività USA, e le famiglie della crescita dei valori mobiliari e immobiliari; e hanno “cartolarizzato”, scontato e consumato in anticipo i proventi di una crescita futura … che non c’è stata. In un certo senso, tutti si sono comportati in maniera abbastanza razionale. E tutti sono responsabili degli squilibri finanziari internazionali che ne sono derivati.
Anche la politica monetaria americana di Greenspan, giustamente espansiva dopo la recessione del 2001, ha contribuito alla crisi dopo il 2004 (video). In Asia, il cambio fisso fra Yuan (Renmimbi) e dollaro ha “costretto” le autorità monetarie cinesi a inseguire la FED, e a immettere anch’essa liquidità per impedire l’apprezzamento della moneta nazionale. Gli altri paesi asiatici hanno seguito.
L’eccesso di credito ha portato – oltre al finanziamento dei migliori investimenti, alla ricerca di impieghi “marginali” e rischiosi. Il sintomo è stato la riduzione dei differenziali (spread) dei tassi d’interesse fra debitori di prima qualità e debitori di qualità inferiore: riduzione di cui ha beneficiato anche il debito pubblico italiano. La “caccia all’investimento” ha portato anche a una forte sopravvalutazione dei titoli e delle proprietà immobiliari.
La bolla speculativa immobiliare, in particolare, ha coinvolto la Gran Bretagna, la Spagna , la Svezia, l’Olanda, più degli USA, dove però la successiva caduta dei corsi ha avuto un effetto più grave, per la maggiore diffusione dei titoli fra le famiglie.
In conclusione, circolano molti pregiudizi sugli “squilibri internazionali”:

Che succederebbe se gli squilibri internazionali non venissero riassorbiti in tempi ragionevoli? Senza un aumento delle esportazioni, la ripresa negli Stati Uniti si indebolirebbe (per mancanza di acquirenti) una volta esaurito (nel 2010) lo stimolo fiscale. In tempi normali, la FED potrebbe sostituire lo stimolo fiscale con uno stimolo monetario. Ma di questi tempi i tassi d’interesse sono già a zero, e non possono scendere oltre. Vi sarebbero quindi forti pressioni su Obama per continuare a stimolare l’economia con i deficit di bilancio, finché la domanda privata non si sia ripresa. Lo stimolo fiscale, però – per quanto essenziale in tempi di crisi - non può andare avanti per sempre. Oltre una certa soglia, l’accumulo di debito diventa insostenibile. Una ripresa “sostenibile” richiede un aumento della spesa per consumi o investimenti in Cina e in gran parte del resto del mondo, e un deprezzamento del dollaro (rispetto alle monete asiatiche) che faciliti questi sviluppi.
In attesa che questo si verifichi, gli Stati Uniti soffrono per l’eccesso di indebitamento del 2001-2008. In crisi (come evidenzia ironicamente la foto qui sopra) sono ora soprattutto i singoli stati, come la California, costretti a tagliare servizi sociali di prima necessità e a licenziare nel momento peggiore. Il governo Federale sta dando loro una mano; ma anche il bilancio federale ha i suoi problemi: il deficit potrebbe superare quest’anno il 12% del PIL!
Come in Italia oggi rimpiangiamo i soldi buttati nel salvataggio Alitalia o per l’abolizione dell’ICI sulle case dei ricchi, così in America si rimpiangono i tagli alle tasse dei super-ricchi e le spese inutili fatte durante l’era Bush. Solo la guerra in Iraq è costata – secondo l’economista J.Stiglitz - 3 trilioni di dollari! (A confronto, lo stimolo fiscale messo in campo da Obama – e giudicato persino troppo imponente dalla minoranza repubblicana – ammonta a soli $860 milioni).