Chi non ha previsto la crisi?

L'operaio non lo sa...
La crisi poteva essere prevista? Era stata prevista? A parte gli allarmi lanciati negli anni scorsi da alcuni economisti (Robert Shiller, Kenneth Rogoff, Paul Krugman, Nassim Taleb, Raghu Rajan, Stephen Roach, James Galbraith, Nouriel Roubini, il F.M.I., la B.R.I. … Vedi anche il NYT ), esiste una serie di modelli di “early warning” (allarme) su cui lavora molto anche il FMI. Questi macro-modelli riescono a prevedere abbastanza bene dove la crisi sarà più grave (ad es.: in Islanda e Lettonia più che in Cina). Non riescono invece a prevedere in modo soddisfacente quando scoppierà una crisi, né la sua intensità. D’altronde, molte “bolle speculative” implicano una dose di irrazionalità (comprare a prezzi alti) talmente elevata da essere di difficile interpretazione per i modelli utilitaristici e di “massimizzazione del profitto” usati dagli economisti.
La crisi del 2008-2009 è stata eccezionale per la velocità di propagazione, per la sua virulenza, e per la sua dimensione globale. I paesi ricchi sono stati colpiti in proporzione più dei paesi poveri. Lo stesso è successo ai paesi le cui borse erano salite di più nel 2003-2007, e quelli dove l’effetto-leva (l’indebitamento, soprattutto bancario) e i deficit commerciali erano elevati. Al contrario, sorprendentemente, i paesi dove i prezzi delle case erano saliti molto non sono stati colpiti dalla crisi in maniera più dura di altri.
Alla ricerca delle cause della crisi – Se non riusciamo ancora a prevedere il tempo e la gravità delle recessioni, possiamo almeno tentare di capirne le origini. Un recente studio econometrico (Rose e Spiegel 2009) elenca 65 possibili determinanti della crisi del 2008. Noi abbiamo raggruppato (v. diapositiva successiva) le possibili cause in tre gruppi. La crisi non è stata affatto “improvvisa”: le tensioni e le fragilità sono andate accumulandosi per anni; e i primi segnali di una recessione sono emersi già nel 2007.
La vignetta sopra illustra la situazione del 2007-08. La crisi si sviluppa gradualmente nel settore immobiliare americano, e sembra a molti un fenomeno destinato a rimanere settoriale. Fra coloro che si illudono c’è anche il presidente della Riserva Federale di Cleveland, Sandra Pianalto. Ma è un errore. E gli impatti sociali più duri devono ancora arrivare, nell’autunno del 2009 e nel 2010.
Cause della crisi

1) A livello internazionale, alcuni paesi (Asia, paesi petroliferi, Russia) sono andati accumulando forti surplus commerciali, e quindi crediti nei confronti di altri paesi, che si sono indebitati (Paesi Anglo-sassoni, Europa orientale, Italia). Questi squilibri non erano di per sè insostenibili: il rapporto fra debito estero e PIL degli USA è intorno al 30%. Tuttavia l’accumulo di debiti ha creato i presupposti della crisi.
2) Intermediazione Finanziaria – Gli afflussi di capitali e credito verso i paesi anglosassoni sono stati quasi del tutto “intermediati” (ricevuti, raccolti) dalle banche americane, le quali hanno poi “distribuito” il credito agli americani, a volte in modo discutibile, concentrandolo eccessivamente sulle famiglie (mutui immobiliari, credito al consumo), fino a generare “squilibri interni” (intere categorie incapaci di onorare i propri debiti, fallimenti a catena, ecc.). Anche il governo USA ha contribuito all’indebitamento del paese, scegliendo di fare una costosa guerra in Medio Oriente e al tempo stesso di abbassare le tasse: la classica politica della cicala, populista e “demagogica”.
3) La crisi americana è presto diventata globale. Il canale principale è stato quello della globalizzazione finanziaria. In pratica, molti dei mutui delle famiglie americane, “ristrutturati in maniera creativa attraverso la securitization”, sono stati venduti dalle banche USA alle banche di tutto il mondo, in particolare Europee, le quali si sono subito trovate a mal partito quando le famiglie americane (loro debitrici) sono andate in crisi. Una panoramica delle responsabilità della crisi si trova nella lettera inviata nel Luglio 2009 dalla British Academy alla Regina d’Inghilterra.
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Altre cause della crisi:
Gli squilibri dei paesi anglosassoni
Una globalizzazione malata