La “crisi sistemica” dell’Euro
Scritto il 8 maggio, 2010, alle ore 1:20 am
Non c’è alcun dubbio che la Grecia, dopo aver vissuto per anni al di sopra dei suoi mezzi, dovrebbe onorare (fin dove è possibile) i suoi debiti. Ma sui mercati finanziari l’attacco speculativo va ormai ben oltre la Grecia. Il che dimostra che problemi sono più profondi e i rischi più estesi, investendo l’intera costruzione Europea. La questione all’ordine del giorno dei capi di governo riuniti a Bruxelles è una sola: l’Euro può essere salvato?
Questa crisi è figlia delle destre. Ha origine nella deregulation liberista di Bush, nei titoli sub-prime che hanno intossicato le banche europee e gli Stati intervenuti per salvarle, nel susseguente crollo delle economie reali e degli introiti fiscali. Ha origine, in Europa, nello svuotamento del Patto di Stabilità voluto nel 2005 da Tremonti, Sarkozy e Merkel, nella “finanza creativa” e nei debiti ammassati da Karamanlis e Berlusconi. Difficile che ora le destre abbiano la cultura economica, le idee giuste per salvare l’Euro. Il “Fondo” salva Stati, infatti, è una toppa, e non intacca le cause della crisi; costerà a noi italiani un’altra decina di miliardi, oltre ai 15 già destinati alla Grecia. I soldi sono pochi, andrebbero spesi meglio.
Nei tempi straordinari che viviamo, di panico finanziario e recessione, i rimedi abituali non servono. È come se fossimo nel mondo magico di Alice, nel Paese delle Meraviglie: tutto funziona al contrario; anche la logica economica.
Come ridurre i deficit e i debiti pubblici eccessivi? In tempi normali la ricetta “tagli e tasse” funzionerebbe. Oggi però i mercati – e la gente in strada – non credono a questa strategia. Infatti – molto più che in tempi “normali” – l’austerità scoraggia i consumi, le vendite delle imprese, l’occupazione, gli investimenti, la base imponibile, le entrate fiscali: un autogol! Come si risolve una crisi di fiducia del debito pubblico nel mondo di Alice? Aumentando il sostegno immediato all’economia e al disagio sociale (i poveri hanno un’alta propensione alla spesa), e varando contemporaneamente misure strutturali, tali da dare certezza ai mercati che il debito sarà ridotto nel lungo termine.
Dietro alla crisi del debito c’è però una crisi di competitività di Grecia (dove il debito estero ha raggiunto il 90% del PIL), Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia (il nostro deficit commerciale è al 3% del PIL), in cui l’Euro – già scudo efficace contro l’instabilità – diventa la camicia di forza che affonda chi è nel vortice. Non potendo svalutare, per riportare in linea i costi produttivi l’ortodossia propone ai paesi in crisi la deflazione. Una cura perfettamente in grado di… uccidere il malato. Perché aumenta il valore reale dei debiti (privati e pubblici); e perché le aspettative di nuovi cali dei prezzi indurrebbero le famiglie a rinviare gli acquisti (meno vendite delle imprese, meno produzione, meno entrate fiscali). Autogol n°2!
Come si risolve una crisi di competitività nel mondo di Alice? Con l’espansione monetaria, e l’inflazione. Un’inflazione al 5-6% per tre anni in Germania consentirebbe agli altri paesi di recuperare competitività mantenendo la loro inflazione ai livelli attuali (1%), o di ridurre il valore reale dei debiti. Questo è ciò che suggeriscono gli economisti keynesiani e il buon senso, questa è la soluzione che vorrebbero quelli che perdono il lavoro, le imprese che stanno chiudendo, e anche i mercati. Infatti, giovedì scorso il Dow Jones ha perso 1000 punti in pochi minuti – un nuovo record per la borsa americana – proprio quando Trichet (il Presidente della Banca Centrale Europea) ha escluso di voler acquistare sul mercato i titoli pubblici europei (immettendo, in cambio, moneta nel sistema economico).
L’Europa ha fame di inflazione. Ma per i sacerdoti dell’ortodossia, per la B.C.E., l’inflazione è anatema; come nel 1930 (non hanno imparato nulla…). E allora, avanti con la deflazione! I dogmi – si sa – sono immodificabili. L’unica vera opzione che rimane alla Grecia e agli altri paesi che entrano in crisi, per recuperare competitività, è il taglio selvaggio dei salari (del 15-30% circa, secondo i paesi), oppure l’uscita dall’Euro e la svalutazione. L’euro a 16 paesi, di qui a pochi mesi, non esisterà più. Stanno distruggendo la nostra moneta, e con essa, forse, anche il nostro sogno europeo.




Condivido le tue opinioni sulla necessità di spesa anche con una certa dose di inflazione. Tuttavia due punti mi piace evidenziare:
1 far funzionare quei meccanismi di controllo che in caso di inflazione fanno schizzare subito in alto i prezzi dei carburanti e i tassi di interesse aggravando cosi’ da subito la situazione finanziaria delle famiglie e quindi compromettendo ulteriormente la spesa in altre categorie di consumi che potrebbero risollevare l’economia (Authority per la Concorrenza dov’è?)
2 favorire la spesa per investimenti non solo per infrastrutture che poi spesso finisce in mano a faccendieri se non politici da strapazzo, ma soprattutto per nuovi prodotti, tecnologie e processi nelle imprese che poi sappiamo essere il vero cuore dello sviluppo (detassazione completa di questa spesa senza remore perchè la tassazione futura compenserà abbondantemente la lieve perdita di gettito del presente).
Saro’ fissato con gli investimenti, ma non credo di esagerare in un momento in cui in Italia di sviluppo non si occupa più nessuno.
Leonardo
Caro Giorgio,
buona parte della deregulation e’ avvenuta durante la presidenza Clinton (per es. il Glass Stegall Act) e un po’ di reregulation e’ avvenuta sotto la Presidenza Bush (Sarbanes Oaxley). Il problema non e’ la mancanza di regulation ma la mancanza di enforcement e di sanzioni serie.
Molto interessante quello che prospetti come uscita dalla crisi.
Tuttavia non capisco un passaggio del tuo ragionamento: quando parli di deflazione e l’effetto che avrebbe sui debiti privati e pubblici.
TE sostieni che aumenta il valore reale dei debiti.
Ma se penso alla principale forma di indebitamento privato come il mutuo casa, non dovremmo avere adesso tassi bassi e dunque condizioni favorevoli , mentre con inflazione e quindi costo del denaro in aumento, rata del mutuo che si impenna?
E se penso al debito pubblico italiano, non è lo stesso principio? se aumentasse il costo del denaro da parte della bce a seguito di inflazione indotta da aumento di massa monetaria stampata, avremmo un costo maggior di interessi sul debito .
Caro Leonardo, concordo sul fatto che le crisi sonoil momento migliore per ristrutturare anche “il lato dell’offerta”. Obama ha lanciato la green economy. Noi con la Cassa Integrazione difendiamo la vecchia struttura economica.
Caro Fabio, è vero che qualche responsabilità nella deregulation (per essersi lasciati incantare dalle sirene dell’alta finanza) ce l’hanno anche le sinistre (Blair, Lawrence Summers, ecc.). Ma è certo una % molto minore. Se poi aggiungi le altre cause della crisi (come aver fatto troppi debiti) che sono state generate dalle destre, francamente mi pare legittimo dire che al 95% questa crisi è figlia delle destre.
Caro Marco, delfazione significa calo generalizzato dei prezzi. Supponiche in un anno l’inflazione segni -10%. Anche le entrate fiscali, misurate in Euro, segneranno per questo solo fatto, circa -10%. Però sui titoli del debto pubblico c’è un impegno a pagare ogni anno (circa) 5 Euro per ogni 100 di debito (nel caso dei tassi fissi, tipo BTP) e supponiamo (circa) 0 Euro per ogni 100 di debito nel caso dei titoli tipo Cct a tassi variabili (0% è il limite inferiore dei tassi, non possono scendere sotto!). Quindi vedi che in questo scenario deflattivo le cose si fanno difficili per lo Stato (il debitore).
Immagina invece una inflazione a sorpresa del 10% nell’anno. Le entrate fiscali salgono del 10% solo per l’inflazione. Lo stato pagherà sempre 5 Euro sui BTP. Sui tassi variabili pagherà tra 0 e 12 Euro. Accetto l’ipotesi peggiore (12%) anche se è estremamente improbabile. nche nel caso peggiore (non potrebbe succedere se l’inflazione non era stata prevista dai mercati; ma sarebbe molto improbabile lo stesso in una fase recessiva e di espansione monetaria; più probabile 5-6%). Ecco che nello scenari inflattivo lo Stato guadagna 10 e paga 12 (5). Mentre nello scenario deflattivo lo Stato perde 10 e paga 0 (5).
A questo calcolo sugli interessi, aggiungi il valore del debito 100 Euro da restituire, ma con l’inflazione sono 100 Euro che valgono di meno, con la deflazione valgono addirittura di più di prima.
Per i mutui casa vale lo stesso ragionamento, se sostituisci alle “entrate fiscali” i tuoi “redditi familiari”.
Se vuoi approfondore, ti suggerisco di ascoltare questa INTERVISTA CHE HO RILASCIATO A RADIO RADICALE:
http://download.radioradicale.it/store-50/2010/04/MP548135.mp3
ho letto il tuo intervento sul blog di krugman e ho letto adesso questo tuo articolo.
Naturalmente sono d’accordo sul fatto che la BCE dovrebbe cominciare ad intervenire più attivamente sulla offerta di moneta, ma, riguardo al debito pubblico della Grecia, la via d’uscita passa inevitabilmente dalla ristrutturazione del debito. Krugman è tiepido su questa soluzione, ma penso che si stia convincendo che sia comunque inevitabile. Io ne faccio anche una questione ‘morale’ e ’sistemica’. Chi investe sui mercati finanziari deve valutare attentamente a chi presta i soldi, si assume un rischio e deve pagare le consequenze per degli investimenti sbagliati. La certezza di essere salvati porta ad una allocazione delle risorse improduttiva (a un eccesso di ricchezza finanziaria inutilizzata o male utilizzata) che non genera ricchezza reale. Adesso non ho tempo per scrivere più in dettaglio, ma basta un esempio: supponiamo che ho la fortuna di trovare 60.000 per strada e di avere da tempo in mente di aprire una piccola attività in proprio per commercializzare un nuovo prodotto che ho appena brevettato. Supponiamo che il rischio di un fallimento per cause commerciali è basso (l’idea è molto buona) e che non ci sia una recessione in atto. Se decido di aprire l’attività, dovrò comunque accollarmi dei rischi -diciamo sistemici- che non dipendono dalle mie scelte e dalle mie competenze o dalla normale competizione tra imprese (ad esempio una recessione globale). A questo punto, mi vengono i primi dubbi: e se investissi questi 60.000 euro in titoli di stato dell’area Euro? A quali rischi andrei incontro? Praticamente a nessuno perchè, anche se si verificasse uno scenario semi-apocallittico (recessione globale), i titoli di stato sono ‘ufficiosamente’ garantiti da qualche entità sovranazionale o dagli altri stati come se fossero depositi bancari e senza nessun limite alla quantità investita -come nei depositi bancari. In pratica, l’impossibilità che ci sia una ristrutturazione del debito pubblico mi convince a non aprire la mia attività che magari avrebbe creato valore (benessere) aggiunto per la società. Aggiungiamo il fatto che i titoli di stato che ho appena acquistato sono garantiti dalle tasse pagate anche da chi fa la scelta di aprire un’attività -di lavorare!- invece di investire in titoli di stato e ci troviamo di fronte all’annullamento di ogni responsabilità per gli investitori finanziari. Naturalmente, la solvibilità dello stato debitore potrebbe essere ‘pagata’, non con le tasse, ma con l’inflazione che, oltre ad aiutare il debitore, aiuterebbe proprio i settori produttivi, soprattutto l’export. Ma, come hai ben osservato, sarà con le tasse dei cittadini e con la deflazione ovvero con i salari che il mio investimento è garantito ‘risk free’ e ‘work free’ -in pratica meglio vivere di rendita sulla poltrona che lavorare!
Sono completamente daccordo con te sul fatto che la Grecia dovrebbe andare in default. Anzi, sono convinto che ci arriverà. Per il semplice motivo che non è più in grado di pagare tutto il debito accumulato. I numeri sono numeri, e sono impietosi. E quindi, ok, chi ha investito in titoli greci è giusto che paghi. Ma le cose non sono così semplici come le fai tu.
Un default sui titoli pubblici metterebbe in crisi le banche greche che ne sono cariche. Banche greche + titoli pubbblici greci che crollano = crisi delle banche europee… e di fallimento in fallimento, il crollo sarebbe generale. Quindi il default dev’essere una operazione ordinata e corcoscritta. Se non si aiuta la Grecia a pagare almeno una parte (metà) dei suoi debiti guadagnando tempo (che la Grecia sta usando per fare la sua politica di austerità), il problema per tutti sarebbe doppio, anzi molto di più (gli effetti sono esponenziali).
Inoltre, il problema ormai non è più solo la Grecia. E se aggiungi altri paesi, arrivi al “too big to fail”. Troppi, per non trascinare nel baratro tutti noi.
Per cui il tuo ragionalemto è valido solo per i casi non sistemici, per il caso di un debitore abbastanza piccolo da fallire senza trascinare con se tutto il sistema. non siamo in questa situazione. La tua mi pare simile alla filosofia di Andrew Mellon, [http://en.wikipedia.org/wiki/Andrew_W._Mellon vedi il paragrafo "Great Depression] che nel 1929-30 scelse questa via… e la spirale non si arrestò più.
Avrei qualche perplessità anche sul fatto che la solidarietà sembra un valore fuori moda… Io penso invece che bisogna anche aiutare chi s’aiuta… Specie se si fa parte di una “Comunità” (europea) che punta a costruire pace al proprio interno (dopo secoli di guerre), e la cui coesione interna è essenziale per la propria forza esterna, in un mondo difficile… Ma lasciamo perdere. Piuttosto, visto che lo citi, riporto qui sotto il mio intervento del 2 Maggio sul blog di Krugman: la cosa interessante è che, dopo questo appello, il prof. Krugman ha iniziato a prendersela con la BCE… Sarà un caso?
29.PierGiorgio GawronskiRome, ItalyMay 2nd, 20104:33 pm
In the “90s, I did not mock American economists, but (with other Keynesian economists) I supported the Euro project.
Our support to the Euro, however, was conditional on building appropriate EU institutions and rules to manage the common currency. Among these was (still is) a central bank with a mandate, instruments, governance, and mindset open to macroeconomic crisis management. Politicians decided otherwise.
Today, I disagree with the view that the common currency is such a straitjacket that completely paralyzes monetary policy. (I also find this approach, “I told you!”, unhelpful at this stage). To believe this, you have to add an implicit assumption, that of inept central bankers.
To the contrary, I believe that what we need now in Europe is a bit of (possibly surprise) inflation. Something like 6-9% per annum for a couple of years, then falling gently, in Germany and in other northern European countries. This would not only reduce the real value of public debts; it would also give a chance to the “PIIGS” to recover their lost competitiveness, by holding on to a 0-2% annual inflation rate, without recurring to deflation. By announcing credibly the time path (rising and then falling) inflation targets, the ECB could help anchor inflationary expectations in northern Europe to the desired path, substantially reducing the need, later, for a costly credit squeeze to bring back inflation again.
Of course, this “inflation” strategy would only be a window of opportunity to seize, one part of a broader strategy. For example, in the PIIGS countries governments should make it clear that they pursue a zero domestic (net of imported) inflation policy, and should use income policies to engineer a fall in real wages at constant nominal wages (that’s politically easier than to reduce nominal wages). And they should reform their public sector, etc. Also, the governance structure of Europe should be strengthened: Europe needs its own Bretton Woods conference. The monetary part is a necessary – not sufficient – condition.
Unfortunately, prof Krugman does not yet seem to have realized that Europe today is starving for inflation. Inflation is the grease, the flexible mechanism that Europe needs, in order to cope with the current sovereign debt crisis without renouncing to its common currency. But prof. Krugman can well understand this point, for he has written extensively along these lines in the past (on Japan, on fighting deflation, etc.). I worry more about the BCE, whose ideological approach, excessive anti inflationary bias, and cultural inability to switch from orthodox to heterodox policies in due time and scope, deeply engrained in its culture, makes that central bank a particularly hard nut to crack. The European institutional frameworks does not help either: for it is the ECB, not the EU Parliament – contrary to what happens in the U.K. – that sets the inflation target for itself. And the ECB has other statutory constraints as well, that limit its ability to implement exceptional policies in exceptional times.
That’s why we need to debate heterodox monetary strategies openly and authoritatively; and we badly need the support of the clear (hopefully constructive) thinking by American economists such as prof. Krugman. Maybe in Europe we should also organize a conference on how an heterodox monetary policy could help (and what are its limits, too) to overcome the looming sovereign debt / competitiveness crisis in the PIIGS.
Caro Piergiorgio,
pur non essendo la mia materia, ho letto con grande attenzione il tuo articolo e mi sto soffermando a riflettere sulle soluzioni che proponi, ammesso che le abbia ben capite, poichè la difficoltà maggiore che incontro è quella di trasferire le soluzioni proposte in un istema di macroeconomia, che, francamente, mi sfugge.
Penso, tuttavia, di aver capito che tu proponi una soluzione secondo la quale in questo momento bisognerebbe aumentare in ambito europeo l’inflazione nei paesi più ricchi (in primis in Germania) e mantenerla, quanto meno, ad un livello stabile nei paesi in difficoltà (Grecia, Spagna, Portogallo e, perchè no, Italia) in modo da dare una reale possibilità di ripresa a questi ultimi.
Da profana, mi pare che tale ragionamento, seppure innovativo o, forse, rivoluzionario, potrebbe trovare una conferma soltanto a condizione che si raggiunga un accordo politico a livello europeo in tal senso.
Ma a questo punto mi domando.
La Germania potrebbe essere disposta ad accettare una politica di tal genere?
C’è nei tedeschi la maturità di capire che per frenare una crisi economica di proporzioni così grandi è necessario fare il c. d. salto di qualità nelle scelte politiche e tendere sul serio la mano a chi ha più bisogno?
La storia della Germania non depone a favore di tale indirizzo.
Per la verità, anche i comportamenti attuali non sono molto confortevoli.
E’ fuori dubbio, comunque, che questi momenti rappresentano per tutto il popolo europeo la prova del nove, in quanto dalle scelte politiche di questi giorni capiremo quanto di europeo c’è in ognuno di noi, considerando il noi prima come singoli cittadini e poi come parte di un popolo di ogni singolo stato.
Tralasciando la questione di merito,vorrei soffermarmi su un altro aspetto, che mi sovviene leggendo il tuo articolo.
Quanti di noi, poveri umili mortali, sono in grado di capire ed interpretare quello che tu scrivi e dici?
Si tratta, certamente, di uno scritto magistrale e, per questo motivo, probabilmente, non rivolto alla collettività, ma soltanto ad una elite.
Mi domando.
Non è il caso che cominciamo a trasferire il livello intellettuale delle nostre idee a tutto il popolo e a farle capire?
Per quanto tempo ancora dobbiamo essere lontani dalla gente con le nostre belle idee per consentire a chi ha certamente meno da dire e da offrire di appropriarsi di un contatto con il territorio, che un tempo apparteneva soprattutto alla sinistra?
Quando sono stata candidata a Sindaco della mia cittadina, Siderno, dal centrosinistra nel 2001, ho pensato un motto : ” la nostra forza sono le nostre idee”, che era stampato su tutti i miei manifesti.
Ebbene, le notre idee non sono bastate ed oggi, rispetto ad allora, basterebbero ancora meno.
Dobbiamo essere più presenti sul territorio ed essere capaci di trasferire e rendere comprensibili a tutti le nostre belle idee.
Cordialmente
Anna
Cara Anna,
i tedeschi vogliono fare il loro interesse e basta? Come tutti! Però si stanno accorgendo che in una comunità (come in una coppia) destini dei singoli sono collegati. Se uno sta male, poi sta male anche l’altro.
Fino a ieri era impensabile che la Banca Centrale Europea accettasse di acquistare titoli pubblici. Perché per farlo la BCE deve cedere in cambio nuova moneta fresca di stampa… cioè aumentare la moneta in circolazione. Oggi per la prima volta lo hanno fatto tra i mugugni (e con il voto contrario dei soli rappresentanti tedesco e olandese), sostanzialmente perché costretti dagli sviluppi inattesi sui mercati. E’ un primo passo nella direzione che indicavo. Dicono che cercheranno di difendere il valore dei titoli di Stato senza creare inflazione. Ma forse, andando avanti si renderanno conto anche dell’altro pezzo del mio ragionamento (che oggi è stato condiviso dal Premio Nobel Paul Krugman, e da uno dei migliori economisti italiani, Luigi Spaventa), cioè che in Europa un po’ di inflazione serve: 5% di inflazione per tre anni mi pare un male meno grave di (decine di) milioni di disoccupati in Europa, di cui una parte in Germania! Oppure, se i mercati nei prossimi giorni torneranno ad indebolirsi e li costringeranno ad intervenire, saranno trascinati contro il loro volere in quella direzione. Chissà. Mai dire “mai”!
Quanto alla difficoltà della materia, in parte è intrinseca: e non possiamo rinunciare a parlare di questi temi complessi solo perché non tutti li capiscono. In parte però può essere un limite di chi scrive; in quel caso è molto utile la discussione sul blog. Vedi p.es il terzo commento qui sopra (di marco c) che chiede (e riceve) un chiarimento. Dunque sottolinea sempre i punti oscuri, così aiuti anche noi ad esprimerci! Grazie per essere intervenuta!!