Chi ha vinto e chi ha perso: analisi dei flussi elettorali
Scritto il 31 marzo, 2010, alle ore 12:52 am
Elezioni regionali 2010
Chi ha vinto, chi ha perso, di quanto e dove?
Questo il mio commento a caldo, la notte delle elezioni.
L’Istituto Cattaneo di Bologna ha effettuato alcune elaborazioni dei risultati del voto regionale appena conclusosi per determinare quanto i maggiori contendenti abbiano riscosso maggiori o minori consensi rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2005. Fra i risultati più importanti si possono citare:
– La Lega Nord ha pressoché raddoppiato i consensi, passando dai quasi 1 milione 380 mila voti nel 2005 (nelle sole 13 regioni che hanno appena votato il 28 e 29 marzo) agli attuali 2 milioni 750 mila (+1 milione 370 mila voti). Si tratta di un avanzamento generalizzato in tutte le regioni del Nord e anche in quelle “rosse”. Molto forte la crescita nelle Marche (voti quasi sestuplicati) e in Toscana (consensi triplicati), anche se in quelle zone la Lega partiva da valori assoluti relativamente bassi. Ma anche nelle regioni in cui la Lega Nord aveva già una presenza radicata si registrano avanzamenti notevoli, specie laddove il candidato a presidente del centro-destra era un rappresentante della Lega: +134% nel Veneto (+450 mila voti), +83% in Piemonte (+144 mila), +61% in Lombardia (+424 mila voti). Anche in Liguria (+38 mila voti) e in Emilia-Romagna (+180 mila) si osserva uno sviluppo ragguardevole: +100% e +165%. Si tratta di un risultato ancora più rilevante alla luce dell’astensionismo che ha caratterizzato queste consultazioni.
– Il Popolo della libertà, rispetto ai suoi predecessori del 2005 (Forza Italia e Alleanza nazionale), ha perso 1 milione 69 mila voti (ossia il 15%). Com’era prevedibile, una parte consistente di questo calo si registra nel Lazio (–600 mila voti) per effetto dell’esclusione della lista Pdl in provincia di Roma e quindi non può essere imputato a una minore attrattiva del partito nei confronti dell’elettorato. Ricordiamo che nel 2005 An e Forza Italia hanno raccolto 610 mila voti in provincia di Roma. Ma il Pdl conosce comunque un calo marcato anche nelle regioni settentrionali – Piemonte (–178 mila, –27%), Lombardia (–162 mila, –11%), Veneto (–154 mila, –22%) – e “rosse” – Emilia-Romagna (–99 mila voti, -16%), Toscana (–95 mila, –19%). In due regioni del Sud, al contrario, il Pdl avanza: +224 mila voti in Campania (+35%) e +47 mila voti in Calabria (+21%) – regioni strappate al centrosinistra senza alcun apporto della Lega Nord.
– Nel complesso, il Popolo della libertà e la Lega Nord hanno guadagnato 301 mila voti nelle tredici regioni in cui si è votato (quasi 900 mila se si esclude dal computo la provincia di Roma). Questo avanzamento si concentra nelle regioni Lombardia (+262 mila voti), Veneto (+297 mila voti), Campania (+224 mila), Emilia-Romagna (+80 mila) e Calabria (+47 mila). Si assiste invece a un calo di consensi in Piemonte (–35 mila), Toscana (–19 mila).
– L’avanzamento del centro-destra è stato accompagnato da un notevole riequilibrio nei rapporti di forza all’interno del centro-destra: se nel 2005 i consensi di Forza Italia e Alleanza nazionale erano 5,1 volte superiori ai consensi della Lega Nord, nel 2010 questo rapporto è sceso ad appena 2,2. Detto altrimenti, se nel 2005 la Lega Nord incideva per il 16% sul complesso dei consensi del centro-destra (nella sua accezione più ristretta), ora essa incide per 31%, ossia ha quasi raddoppiato il suo peso entro la coalizione.
– Il Partito democratico perde 2 milioni di voti rispetto ai consensi raccolti dai Democratici di sinistra e dalla Margherita nel 2005, ossia circa un quarto (-26%) dell’elettorato dei suoi predecessori. Si tratta di un arretramento generalizzato, con accenti diversi: molto marcato in Calabria (–52%), pronunciato in Campania (–36%), Basilicata (-35%) e Piemonte (-30%). Viceversa, le perdite sono state più contenute in Lazio (–14%), Lombardia (–18%) e Veneto (–19%).
– L’Italia dei valori manifesta una forte crescita, quasi quadruplicando i suoi consensi del 2005: +1 milione 227 mila voti. Si tratta di una crescita che si osserva in tutte le regioni, ma meno al Sud che altrove. Particolarmente marcata la riuscita in Toscana (+127 mila voti, otto volte tanto il risultato del 2005) e nel Lazio (+183 mila voti, una sestuplicazione dei consensi).
– Anche in seno al centro-sinistra, dunque, c’è stato un forte riequilibrio dei rapporti di forza: se nel 2005 i consensi di Democratici di sinistra e Margherita erano 23,4 volte superiori a quelli dell’Idv, nel 2010 questo rapporto è sceso a 3,7. Detto altrimenti, se nel 2005 l’Italia dei valori incideva per appena il 4% sul complesso dei consensi del centrosinistra (nella sua accezione ristretta di coalizione), ora essa incide per 21%, ossia ha quintuplicato il suo peso nella coalizione.
– L’Udc di Pierferdinando Casini ha perso voti rispetto al 2005: –227 mila voti, ossia –15%. L’arretramento pare essere per lo più indipendente dalle alleanze strette nelle diverse regioni: il partito centrista ha perso consensi ovunque, tranne che in Liguria (dove appoggiava il candidato di centro-sinistra), Toscana (dove correva da sola) e in Campania (dove appoggiava il candidato di centro-destra). Nel complesso, tuttavia, il declino dell’Udc è stato più forte laddove si è alleato con il centro-sinistra.
– La sinistra radicale esce sconfitta rispetto al 2005. In tutto, i partiti della sinistra radicale hanno perso 1 milione 274 mila voti, ossia quasi la metà (–48%) del loro elettorato di cinque anni fa. Si tratta di un fenomeno diffuso uniformemente sul territorio, con una significativa eccezione: la Puglia, dove i partiti di sinistra avanzano di 72 mila voti (+38%).
– Infine, vale la pena di notare il risultato del Movimento 5 stelle-Beppe Grillo, che ha raccolti i consensi di 390 mila elettori nelle cinque regioni in cui si è presentato. Il risultato migliore in Emilia-Romagna, con il 6% dei voti validi. Ma è possibile che il ruolo più rilevante sia stato svolto dal Movimento 5 stelle in Piemonte, dove ha conseguito il 3,7% dei consensi e il candidato di centro-sinistra ha perso con un margine di appena 0,42 punti percentuali.
Regionali 2010: confronto con le europee del 2009 e le politiche 2008
L’Istituto Cattaneo di Bologna ha effettuato alcune elaborazioni dei risultati del voto regionale appena conclusosi per determinare quanto i maggiori contendenti abbiano riscosso maggiori o minori consensi rispetto alle più recenti elezioni. In particolare, i risultati delle elezioni regionali sono stati messi a confronti con quelli delle elezioni europee del 2009 e politiche del 2008. Si tratta di un approfondimento rispetto a una precedente analisi degli esiti delle regionali del 2005 e del 2010, reso opportuno dal fatto che è solo dal 2008 che esistono le due maggiori formazioni attuali: Popolo della libertà e Partito democratico. Le analisi riguardano solo le 13 regioni in cui si è votato il 28 e il 29 marzo 2010. Fra i risultati più importanti si possono citare:
– Un forte calo nella partecipazione elettorale: se nel 2008 hanno votato 30,2 milioni di italiani, nel 2009 i votanti sono stati 26,1 milioni e nel 2010 appena 22,5 milioni. Rispetto alle elezioni europee che si sono tenute solo nove mesi fa, sono dunque rimasti a casa quasi 3,7 milioni di elettori. Inutile dire che si tratta di una cifra enorme. Rispetto al 2008, quando si è svolto il voto per il Parlamento, che tradizionalmente mobilita un maggior numero di elettori, nel 2010 si è registrata una contrazione del 25,8%. La contrazione è stata del 14,1% rispetto alle europee del 2009. Questi due valori diventano parametri di riferimento per valutare l’andamento dei consensi ai singoli partiti nel 2010.
– La Lega Nord ha perso 117 mila voti rispetto al 2008 (–4,1%) e 195 mila voti rispetto al 2009 (–6,6%). Anche se la variazione è negativa, essa è molto contenuta rispetto all’andamento della partecipazione e quindi equivale a una crescita dei consensi. In alcune regioni – Emilia-Romagna e Toscana – la Lega ha raccolto progressivamente maggiori consensi nel corso delle ultime due elezioni (europee e regionali). In Piemonte, nonostante il successo del candidato leghista per la presidenza, la Lega ha preso meno voti sia rispetto al 2008 (–7,5%) che al 2009 (–15,8%).
– Il Popolo della libertà ha perso oltre 4 milioni di voti rispetto al 2008 (–40,3%) e oltre 2,4 milioni di voti rispetto al 2009 (–28,9%), e ciò escludendo dal calcolo i voti conseguiti in provincia di Roma nelle politiche e nelle europee (questo accorgimento rende comparabili i risultati del 2010, quando la lista Pdl non era presente in provincia di Roma, con quelli degli anni precedenti). Si tratta, in entrambi i casi, di un calo apprezzabilmente maggiore di quello imputabile all’astensionismo e dunque ascrivibile a un minore richiamo del partito. Inoltre, il declino si osserva in tutte le regioni prese in esame.
– Nel complesso, il Popolo della libertà e la Lega Nord hanno perso quasi 4,2 milioni di voti rispetto al 2008 (–32,3%) e oltre 2,6 milioni di voti rispetto al 2009 (–23,1%) nelle tredici regioni in cui si è votato. Entrambe le variazioni sono più accentuate di quelle attribuibili all’andamento della partecipazione elettorale.
– L’avanzamento del centro-destra è stato accompagnato da un notevole riequilibrio nei rapporti di forza all’interno del centro-destra: nel 2008 la Lega Nord dava conto del 21,8% del complesso dei consensi del centro-destra (nella sua accezione più ristretta: Pdl + Lega), nel 2009 tale incidenza è salita al 25,9% per raggiungere il 31,4% nel 2010. In altre parole, la Lega ha accresciuto di molto il suo peso entro la coalizione.
– Il Partito democratico perde quasi 4,5 milioni di voti rispetto ai consensi raccolti nel 2008 (–43,3%) e oltre 1,1 milioni di voti rispetto al 2009 (–15,9%). Si tratta di un calo molto marcato rispetto al 2008, anche tenendo conto del maggiore astensionismo, ma di una dinamica in linea con la contrazione della partecipazione elettorale per quanto concerne il raffronto con le europee del 2009. Le perdite si registrano in tutte le regioni, con un’attenuazione, per quanto riguarda il confronto con il 2009, in Campania, Puglia e Basilicata.
– L’Italia dei valori manifesta la dinamica più complessa. Il partito ha guadagnato 271 mila voti rispetto al 2008 (+21,0%), ma ha conosciuto un ridimensionamento rispetto all’exploit delle europee del 2009: perdendo 474 mila voti (–23,3%). Insomma, un forte avanzamento rispetto alle politiche, ma una contrazione dei consensi, anche tenendo conto dell’astensionismo, rispetto alle europee. Nel corso dell’ultimo anno il calo di consensi si osserva in tutte le regioni, tranne che in Toscana e Umbria (dove l’Idv anzi cresce ulteriormente) e in Lazio (dove il calo è molto contenuto e comunque minore di quello attribuibile all’andamento dell’astensionismo).
– Il centro-sinistra, nella sua accezione ristretta (Pd + Idv), perde quasi 4,2 milioni di voti (–36,1%) rispetto alle politiche del 2008 (la stessa diminuzione, in valore assoluto, del centrodestra) e quasi 1,6 milioni di voti (–17,6%) rispetto al 2009 (meno, dunque, del centrodestra, ma più di quanto si possa ascrivere all’astensionismo).
– I rapporti di forza entro il centro-sinistra sono rimasti fermi nel corso dell’ultimo anno: nel 2008 l’Italia dei valori incideva per l’11,1% sul complesso dei voti Pd+Idv; nel 2009 tale incidenza è aumentata al 22,7% ed è rimasta sostanzialmente la stessa (21,1%) nel 2010.
– L’Udc ha perso voti rispetto al 2008 (–351 mila voti, ossia –22,0%) e al 2009 (–377 mila voti, –23,2%). Se il primo valore è in linea con la dinamica della partecipazione elettorale, il secondo non lo è e corrisponde a un declino sostanziale dei consensi.
– La sinistra radicale ha guadagnato voti rispetto al crollo nelle politiche del 2008 (+134 mila voti, +10,6%), ma non riesce a replicare la ripresa del 2009. Rispetto alle europee, infatti, perde mezzo milione di voti (–26,3%). C’è una significativa eccezione: la Puglia, dove i partiti di sinistra avanzano di 171 mila voti rispetto al 2008 e di 52 mila rispetto al 2009.
Naturalmente, rispetto alle elezioni politiche ed europee, in occasione di elezioni regionali i maggiori partiti subiscono la concorrenza delle “liste del presidente” e di altre liste civiche che comunque sono collegate ai maggiori candidati. Queste liste non sono entrate nel nostro computo, che si riferisce ai maggiori partiti. Ad ogni modo, i valori qui riportati descrivono alcune tendenze importanti per capire la trasformazione degli equilibri politici nel sistema dei partiti.




caro PierGiorgio, innanzitutto credo che il disastroso risultato del Veneto sia dovuto a 2 fattori:
1-il candidato Bortolussi, pur bravo e capace, non era conosciuto quanto zaia ne godeva dello stesso appeal (zaia è stato presidente della provincia di treviso, vicepresidente della regione, ministro dell’agricoltura, ha solo 42 anni etc);
2-il PD che si annunciava come partito nuovo non sta rispecchiando le attese, anzi le sta clamorosamente tradendo.
nessun ricambio generazionale (gli altri eleggono 30enni-40 enni, noi 50-60enni che hanno già fatto il loro tempo). Partito troppo legato agli apparati e vincolato nelle scelte dal mantenimento dei soliti equilibri correntizi. Quindi ogni scelta è tardiva e fatta col bilancino, coraggio zero, rinnovamento zero . Basti pensare che a padova PD e IDV hanno eletto in totale 4 consiglieri regionali e 3 di questi sono assessori (nominati 10 mesi fa) del comune di padova!
Se si sostiene un candidato nuovo i capicorrente cercano di tagliarti le gambe, perchè devono garantire chi li rappresenta….
“Aiuti alle imprese e scudi fiscali, così il Carroccio conquista il Nord”,
di Tito Boeri
Come mai il mondo dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e degli artigiani che, secondo le indagini del Corriere della Sera doveva essere sul piede di guerra, ha tributato un plebiscito alla Lega? Un partito che ha sostenuto un governo imbelle di fronte alla crisi più pesante del dopoguerra, che ha assistito alla distruzione di più di 300.000 lavori autonomi, a un incremento del 16 per cento del numero di fallimenti di piccole imprese.
Un partito che ha lasciato aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Come ha fatto allora la Lega a ottenere percentuali bulgare nel Trevigiano e nel Vicentino? Ci sono almeno tre spiegazioni.
Prima spiegazione: leggo in molti commenti sul dopo voto che d´ora in poi la Lega sarà determinante nell´azione di Governo, ma la verità e che ha già pesato tantissimo sulla politica economica dell´esecutivo. Ha già strappato molte concessioni per i gruppi da lei rappresentati. La Cassa Integrazione in deroga, pagata da tutti i contribuenti e non dalle imprese ed erogata con discrezionalità quasi totale della politica, è, dopotutto, un´invenzione della Lega. Ha dato più risorse al tessile della bergamasca che a molte altre aziende che avevano altrettanto bisogno di aiuto (e un futuro meno improbabile) in altre parti del paese. Nelle province dove la Lega governava, vi è stato un ricorso massiccio a questo strumento: Brescia, ad esempio, ha raccolto il 20 per cento dei fondi stanziati in Lombardia quando il suo peso sull´occupazione della Regione supera di poco il 10 per cento. Ma ci sono tanti altri trasferimenti occulti, di cui non si ha traccia. Il fatto è che il Governo ha aperto in questa legislatura tanti piccoli rubinetti discrezionali, tutti di piccola entità, ma in gran parte gestiti direttamente dai politici locali che hanno potuto così farsi belli di fronte agli elettori. È stato fatto tutto fuori dalla Finanziaria. Nel 2009 ben cinque decreti, che hanno mobilitato risorse per 16 miliardi, un punto di pil. Non facendo parte della legge di bilancio, non potevano alterare i saldi, cambiavano solo la composizione della spesa o delle entrate. Ma sono serviti eccome per farsi riconoscere da chi beneficiava di un sussidio, anche se magari ciò che gli veniva dato con una mano veniva poi tolto con l´altra.
La seconda spiegazione è che la pressione fiscale è aumentata in modo tutt´altro che uniforme e permettendo a molte piccole imprese di mettersi al riparo da futuri accertamenti del fisco. Si è proceduto allo smantellamento di strumenti di prevenzione della micro-evasione (ad esempio l´obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori), sono state abolite le limitazioni nell´uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. Operazioni tutte molto popolari. Alle piccole imprese dei “distretti industriali” (ovviamente definiti dalla politica) è stata anche offerta la possibilità di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute, anche per i tributi locali, specificando che «in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio». E poi c´è stato lo scudo fiscale il cui dato più eloquente è l´altissimo numero di aderenti (più di 200.000) per importi relativamente limitati (attorno ai 450.000 euro a testa). Insomma, tanti piccoli scudi.
La terza spiegazione è che paradossalmente le prime elezioni con campagna elettorale sul web hanno mostrato come non si possa competere in politica facendo a meno di un partito. L´astensionismo ha esaltato l´unico partito oggi esistente al Nord. A trionfare non è stato l´amore, ma il partito che ha portato i propri militanti a votare. Un partito sempre più di potere al Nordest e Nordovest e ancora di lotta in Emilia, nella bassa Padania e in Toscana dove non a caso è più forte dove sono più numerose le comunità di immigrati cinesi. Nei suoi territori storici la Lega occupa e gestisce, con metodo e continuità. Ci vuole un partito per farlo, per selezionare e formare una classe dirigente locale e per far sì che questa presìdi e allarghi il suo raggio di influenza cooptando persone che obbediscono allo stesso capo. La Lega sceglie i suoi esponenti nei borghi, richiede l´identificazione in una comunità locale e l´accettazione da parte di questa per essere riconosciuto come militante. Poi per diventare amministratori locali e fare carriera bisogna fare la gavetta e offrire prove di fedeltà. Non contano invece le apparenze, neanche quelle televisive. La Lega in tutti questi anni è il partito che ha portato più giovani in Parlamento e nei consigli comunali e regionali. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché danno meno problemi, rispettano le gerarchie. In effetti, gli eletti della Lega (sia in Parlamento che nelle amministrazioni locali) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Ma gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli. Conta che rappresentino il loro territorio. Vale la targa più che il curriculum.
È una forma partito difficilmente esportabile. Perché richiede un capo carismatico. E perché è da piccolo centro, dove è possibile avere un rapporto diretto con l´elettorato e non c´è bisogno dei media per raccogliere consensi. Al posto dei grandi potentati locali degli altri partiti, ci sono tanti “piccoli politici” di borgo con scarso potere contrattuale nel partito, per lo più sconosciuti al grande pubblico, che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi sindaci. Nel voto dello scorso fine settimana questi borghi hanno come cinto d´assedio i capoluoghi di regione. Una volta si diceva che solo un torinese avrebbe potuto governare il Piemonte. Da lunedì sappiamo che non è più così. E chissà se avremo presto anche un varesino alla guida di Milano.
Ora che governa in prima persona un sesto del Paese, la Lega dovrà per forza di cose cambiare il suo rapporto con l´elettorato. Dovrà anche trovare una sintesi fra particolarismi di cui sin qui non è stata capace (basti pensare a come non ha saputo gestire il dualismo fra Malpensa e Linate). E soprattutto non avrà più scuse per rimandare il federalismo, quello vero, non quello dei borghi medioevali che cingono d´assedio le grandi città, ma quello che si gioca sull´asse Nord-Sud e che è da sempre nei proclami della Lega. È una prova difficile perché la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni. La prima sfida sarà proprio quella dell´uscita dalla Cassa Integrazione in deroga.
La Repubblica 04.04.10
Interessante anche l’analisi di Stefano Ceccanti
DECISIVITÀ DEGLI ELETTORI DI CENTRO
8 aprile 2010
1. Il sorpasso in discesa
1.1 La vittoria dell’astensione
Per evitare impressioni fallaci, spesso fondate sulle sole percentuali dei voti validi, l’attenzione va concentrata sui trend complessivi deducibili dai numeri assoluti, corrispondenti a persone in carne ed ossa, a cominciare dai mutamenti della partecipazione elettorale. Riprendo qui i principali elementi dell’analisi e, soprattutto, della tabella di Roberto D’Alimonte su “Il Sole 24 Ore” del 4 aprile scorso che ha appunto il merito di illuminarci sul quadro complessivo.
Il totale dei voti validi nelle Regionali 2010 è stato di 24 milioni e 867 mila rispetto ai 27 milioni e 423 mila di soli 5 anni prima. 2 milioni e 558 mila in meno, che equivalgono a un 9,3% in meno sulla base dei voti validi 2005 o, se vogliamo invece prendere a riferimento gli elettori di questa volta (40 milioni 832 mila) si tratta del 6,3%. Se vogliamo fare una comparazione con le europee, dove è possibile dare solo un voto di lista, dobbiamo depurare il dato dai voti ai soli Presidenti, che sono scesi in modo significativo,
quasi di un terzo: stavolta 2 milioni e 427 mila hanno votato solo il Presidente, l’altra volta erano stati 3 milioni e 335 mila. I voti validi di lista sono stati 22 milioni e 440 mila, mentre alle europee erano stati 25 milioni e 904 mila, quasi 3 milioni e mezzo di più.
1.2 Il Lazio e il Piemonte vinti col sorpasso in discesa
Di fronte a questi numeri non c’è da stupirsi se la vittoria nelle due regioni realmente contese, Lazio e Piemonte (giacché gli altri due casi di alternanza, Calabria e Campania, erano di fatto ipotecati dalla performance negativa, riconosciuta generalmente, delle due amministrazioni uscenti, che poteva essere solo temperata in Campania dal cambiamento di candidato Presidente) sia avvenuta con un sorpasso in discesa, cioè con meno voti per Cota e Polverini di quelli che avevano ottenuto, perdendo, Ghigo e Storace nel 2000.
1.3 Pdl e Pd puniti in modo uguale rispetto alle europee, l’Udc ancora di più
Rispetto al riferimento più immediato, le Europee 2009, la fuga dalle urne riguarda tutti in egual misura: le forze schierate stabilmente nel centrodestra scendono da 12 milioni 425 mila a 10 823 mila, ovvero di 1 milione 602 mila, il 12,9% della propria base; quelle nel centrosinistra da 11 milioni 288 mila a 9 milioni 711 mila, ovvero 1 milione e 577 mila, il 14% della base; l’Udc, la principale forza non schierata in modo univoco, cala da 1 milione 613 mila a 1 milione 248 mila, cioè di 365 mila, addirittura il 22,6% della propria quota di
partenza.
1.4 Nulla di scontato per le Politiche, ma per elezioni di “mid term”, ma era lecito attendersi di meglio per l’opposizione
Nulla è scontato per le future elezioni politiche: quando ai 24 milioni 867 mila voti validi di oggi se ne aggiungeranno vari altri; anche se non si dovesse tornare agli oltre 30 del 2008, difficile che in quell’occasione decisiva si possa scendere sotto i 28. Quasi un 10% per cento in più di voti validi quando lo scarto tra i poli resta di 5 punti. Anche se il centrodestra ha goduto della migliore performance della Lega, che comunque perde anch’essa 117 mila voti rispetto alle europee e che difficilmente può ripetersi alle Politiche quando torna in scena l’elettorato meno militante, tuttavia il segnale è obiettivamente preoccupante per il centrosinistra: a due anni dalle Politiche si dovrebbe essere dentro la logica del “mid term”, per la quale l’elettorato più scontento e quindi meno mobilitabile dovrebbe essere quello delle forze al Governo.
Se rispetto alle Politiche è inevitabile un ridimensionamento dei partiti a vocazione maggioritaria che poi tendono a rafforzarsi in vista delle successive Politiche, è però anomalo a due anni dal 2008 che, come segnala l’istituto Cattaneo nel puntuale raffronto 2008-2009- 2010, il Pd veda fuggire il 43,3% dei suoi voti delle Politiche, mentre il Pdl il 40,3%.
2. La riaffermata decisività degli elettori di centro
2.1 Il declino dei partiti di centro che rende velleitario lo smantellamento del bipolarismo
Il sensibile ridimensionamento dell’Udc, che rende non decisiva la collocazione di tale partito nelle future alleanze, dovuta in larga parte a una scelta di alleanze a scacchiera poco comprensibile per elezioni contestuali in 13 regioni, più assimilabili alle politiche che non alle amministrative, tende a precludere lo scenario di rimessa in discussione del bipolarismo attraverso il cosiddetto sistema elettorale tedesco, inteso “all’italiana”, cioè come sganciato dalle convenzioni costituzionali che in quel Paese attribuiscono la guida del Governo all’uno o all’altro dei segretari dei due partiti a vocazione maggioritaria e che portano altresì alla dichiarazione preventiva delle alleanze.
Sia che si voglia ragionare a regole invariate, sia che si immaginino riforme elettorali e istituzionali, in questo quadro che esclude la regressione proporzionalista, restano quindi decisivi gli elettori di centro ed in particolare la capacità di offerta politica dei due partiti a vocazione maggioritaria, Pdl e Pd.
2.2 Il centrodestra: la Lega meno decisiva per le Politiche
Nel centrodestra, infatti, nonostante la crescita nelle Regioni rosse, la Lega non può strutturalmente espandere più di tanto i consensi, una volta che si espanda la base dei voti validi, anche per la impossibilità di una presenza significativa nel Centro-Sud. In elezioni ad alta astensione essa funziona come cuscinetto dove può arrestarsi anche una certa quota degli elettori Pdl invece di uscire dall’area del voto valido, ma ciò si ripete in modo molto minore
delle Politiche. Il Pdl ha nella Lega un junior partner significativo e complementare, la cui crescita è compatibile con un lavoro comune nella maggioranza e nel Governo, ma ciò non gli garantisce un’ipoteca sul voto delle Politiche.
2.3 Gli alleati del Pd si confermano deboli
Nel centrosinistra non è solo il ridimensionamento secco dell’Udc a mettere in discussione lo slittamento che vi era stato, col successo di Bersani, verso le nostalgie di coalizioni larghe a programma inevitabilmente minimo, essendo con tutta evidenza le due grandezze inversamente proporzionali: più ci si propone una coalizione omnicomprensiva meno si può essere rigorosi sul programma. Vi è stato anche un ridimensionamento secco della forza che
più ha puntato sull’antiberlusconismo: l’Idv di Di Pietro apparentemente cresce in modo significativo, se si considera il 2005 quando era un soggetto ancora molto fluido, ma rispetto alle europee scende da 2 milioni 21 mila a 1 milione 565 mila, cioè di 465 mila, il 23% della propria base. Con un anno in più di Governo Berlusconi, l’opinione pubblica di opposizione, nonostante che fosse stata alimentata da vari media, vecchi e nuovi, e da qualche manifestazione di piazza, non ha premiato in misura maggiore gli oppositori più intransigenti.
Se noi leggiamo in modo combinato i due fenomeni, crescita dell’astensionismo in proporzioni uguali alla maggioranza e mancata crescita dell’opposizione intransigente, ne ricaviamo la chiara conclusione che il terreno della radicalizzazione personale, morale, non incide minimamente fuori dai capoluoghi, spinge parte del voto di centrosinistra verso l’astensione o, in misura minoritaria, verso liste di protesta anti-sistema, secondo il ben noto schema per cui “c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”. Anche le liste della sinistra radicale, le quali nelle Politiche non potranno che scendere, appaiono obiettivamente residuali: scendono da 1 milione 727 mila voti delle europee a 1 milione 435 mila, ovvero di 292 mila, il 16,9%, ma tale dato di ridimensionamento è per di più edulcorato in modo decisivo dal peso delle vicende pugliesi col traino immediato della candidatura Vendola, dove
invece il differenziale è stato positivo di 52 mila voti. In altri termini la Sinistra si espande dove la sua differenza politico-programmatica rispetto al Pd è pressoché nulla. Va fatta poi una postilla per i Radicali, fermatisi come lista allo 0,6%. L’istituto Cattaneo ha fatto rilevare che rispetto all’incremento medio dell’astensionismo dell’8%, la punta massima verificatasi nel Lazio (11,9%, ma in Provincia di Roma addirittura il 13%) non può essere ritenuta fisiologica, tenendo altresì conto dell’incertezza del risultato che in genere stimola alla partecipazione. Non a caso l’unico altro incremento a due cifre ha riguardato la Toscana, con il 10,5%. Dal momento che nel Lazio gli equilibri tra i due schieramenti sono rimasti sostanzialmente inalterati rispetto alle europee, il Cattaneo ha ragionevolmente ipotizzato che siano confluiti due fattori che si sono equilibrati a vicenda, l’assenza della lista Pdl a Roma,
che è visibile nell’incremento aggiuntivo nella provincia della Capitale e il disagio di una parte dell’elettorato di centrosinistra che risaliva certo anche alla vicenda Marrazzo, ma che la candidatura Bonino e le modalità confuse con cui vi si è pervenuti non hanno attutito. La performance dei due candidati esterni al Pd, Vendola e Bonino, il primo scelto con le primarie e la seconda no, nessuno senza problemi per la precedente gestione (pur non essendo i
problemi della giunta pugliese comparabili a quelli del Presidente Marrazzo) non è quindi comparabile e ciò lo si vede anche nei voti solo Presidente, che migliorano nettamente il dato di Vendola e lasciano percentualmente invariato quello di Bonino, nonché nel voto della lista di riferimento (Sinistra e Libertà in Puglia al 9,74%, Lista Pannella-Bonino nel Lazio al 3,3%).
2.4 Il Pd di ritorno alla vocazione maggioritaria o per scelta o comunque per necessità
Il Pd ha quindi uno junior partner consistente, l’Idv, ma non tale da espandersi più di tanto ai suoi danni, e un’area alla sua sinistra che è forte solo quando è vicina ad esso: si trova quindi nelle condizioni ideali, senza particolari vincoli coalizionali, per riscoprire in forma aggiornata la cosiddetta vocazione maggioritaria e coinvolgere gli elettori di centro in una visione positiva del paese, alternativa a quella espressa, senza particolari conseguenze in
termini di policies, dalla maggioranza. Tra le due alternative concettualizzate da Ricolfi, De Giovanni ed altri coi termini “emergenza democratica” o “modernizzazione tradita”, la prima che porta a modelli tipo Unione e la seconda al rilancio della “vocazione maggioritaria”, per scelta o comunque per necessità il voto indirizzerebbe il Pd a tutta marcia verso la seconda.
Sapendo che ci sono tre anni di tempo, ma che i nodi emergeranno subito giacché la maggioranza dovrà rapidamente trovare una “mission” per la seconda parte della legislatura e tutto spinge a fargliela trovare senza conflitti troppo lunghi. A quel punto dire di sì subito e senza esitazioni alla flexicurity di Ichino e al ritorno ai collegi uninominali maggioritari, per parlare di due scelte esemplari tormentate a causa di timori per alleati e poteri di veto interni
ed esterni, dovrebbe essere un dovere morale e politico